mercoledì 8 febbraio 2012

Socializzazione - OGGI - DOPO IL 25 APRILE 1945


di Manlio Sargenti

Stranamente, la socializzazione delle imprese, che gli antifascisti hanno di volta in volta considerata un trucco del regime per ingannare i lavoratori, un assurdo economico e giuridico, una irrealizzabile utopia, venne fatta oggetto dell'attenzione del governo del CLNAI fin dalla mattina del 25 aprile, subito dopo la proclamazione dell'insurrezione.
E così venne emanata immediatamente, fra i primi provvedimenti urgenti, la disposizione che la aboliva.

Strano, se era solo un inganno propagandistico o un'utopia, che vi fosse tanta fretta di abolirla,
strano che i partiti della sinistra non avessero considerato l'ipotesi di usarla almeno come mezzo di scambio con il padronato.
Perché, come abbiamo visto,
gli industriali ed i finanzieri italiani avevano fatto di tutto per impedire l'emanazione di quella legge e delle relative norme di applicazione.
Soprattutto si erano rivolti al “tedesco invasore” premendo sui responsabili del complesso militare – industriale tedesco che, dopo l'8 settembre '43, utilizzava le loro industrie, i loro tecnici ed i loro operai per il proprio sforzo bellico.
Eppure...
eppure non tutto di quelle idee perì con il crollo del fascismo.
E, stranamente,
alcune di quelle idee sul lavoro, il capitale e i loro rapporti, sul significato spirituale del lavoro come anche del possesso di capitali o di proprietà in genere, se la loro gestione viene vissuta come un dovere verso la comunità e nel rispetto degli interessi generali, le ritroviamo proprio nel testo del documento fondamentale della Repubblica Italiana, nella Costituzione del 1948 che porta in calce le firme del Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, del Presidente dell'Assemblea Costituente Umberto Terracini, del Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi e del Guardasigilli Grassi.
E persino il concetto di una sede in cui le categorie del lavoro e della produzione potessero confrontarsi tra loro e con le forze politiche, alla luce del sole e non cogli inciuci sotto banco, era predisposta dall'articolo 99.

E per chi non ricordasse quei dettati costituzionali che quasi mai hanno trovato attuazione nelle leggi, ve li riproponiamo.


Articolo 1 L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
...omissis...

Articolo 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 35 La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

Articolo 41 L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Articolo 42 La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti, a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurare la funzione sociale e di renderla accessibile a lutti. La proprietà privata può essere, nei casi previsti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.La legge stabilisce le norme e i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Articolo 43 A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Articolo 44 Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione
secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

Articolo 45 La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini dì speculazione privala. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato.

Articolo 46 Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Articolo 99 Il Consiglio Nazionale dell'economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. E' organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie i secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge.Ha iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge.


Per chi è interessato a conoscere la socializzazione del lavoro e dell'economia, nemica del capitale speculativo, cioè i capitalisti di oggi, può apprenderla aprendo i seguenti link:

Simbiosi fra Capitalismo e Lavoro
Nella Repubblica Sociale Italiana
http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_FGiannini_080301_Simbiosi.htm

Ripeto: Lavoratore, sei stato truffato ! QUESTO ARTICOLO E' DEDICATO A QUEI LAVORATORI CHE PERDERANNO IL LAVORO

http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_FGiannini_100417_Ripeto-Lavoratore-sei-stato-truffato.htm

La socializzazione spiegata praticamente:
socializzazione - Renzaglia un'impresa per tutti.
http://pocobello.blogspot.com/2009/07/unimpresa-per-tutti-socializzazione.html

Quello che tutti i partiti di destra e di sinistra servi del "banchieri" non ti hanno mai fatto conoscere.
FASCISMO E ANTIFASCISMO PER UNA NUOVA COSTITUZIONE
http://www.unitiperlitalia.it/pagina.asp?p=Attivita&IdAttivita=180

mercoledì 1 febbraio 2012

IL MITO DELLA RESISTENZA


di Maurizio Barozzi


Queste mie brevi osservazioni storiche non vogliono essere un insulto a quanti, come antifascisti, lottarono e magari perdettero la vita durante la guerra civile in Italia 1943 – ’45, ma vogliono essere delle osservazioni e delle puntualizzazioni storiche alla luce della escursione e interpretazione di quegli avvenimenti.
Trattasi quindi di semplici valutazioni storiche, pur sempre opinabili, ma fatte alla luce di quanto è oggi acquisibile attraverso testimonianze e documentazioni.
Puntualizzazioni che, del resto, prima o poi, saranno inevitabilmente registrate dalla storiografia futura, quella lontana dagli interessi e dalle passioni dei nostri tempi.
Si dà ora il caso che, nonostante ci siano indubbiamente stati dei morti nel campo antifascista, deceduti in sporadiche operazioni di combattimento, ma più che altro fucilati a seguito di arresti o rappresaglie, non si può storicamente avallare l’attestazione di quello che si è voluto far passare come un vero e proprio “mito” di una resistenza del popolo italiano al nazi-fascismo.
Senza contare poi che, nella contabilizzazione dei caduti, quelli di parte antifascista sono decisamente minoritari rispetto a quelli di parte fascista, molti dei quali caduti nel corso dei combattimenti contro gli Alleati invasori o assassinati con tecniche terroristiche, in ottemperanza alle direttive che venivano da Radio Londra e da Mosca, o ancora, vigliaccamente trucidati a guerra finita durante le “radiose giornate”.
“Mito”: nella sua accezione e per quel che qui ci riguarda, dovrebbe essere il racconto delle gesta di dei ed eroi leggendari con cui si spiegano simbolicamente le origini del mondo, di un popolo, di valori culturali, ecc. Nel linguaggio corrente, immagine o leggenda fascinosa creatasi intorno a un personaggio, un fatto, una situazione.
Ora, seppur è indubbio che ci fu una parte minoritaria della popolazione che si riconosceva nei partiti ciellenisti e in qualche modo aveva in odio i tedeschi ed essendo antifascista, era avversa alla Repubblica Sociale Italiana, ed è altresì anche vero che una parte di costoro si organizzarono clandestinamente (partigiani), la Storia non può considerare solo le intenzioni e le azioni superficiali o minimali, ma pretende di registrare fatti concreti e avvenimenti significativi che abbiano lasciato una traccia nelle cronache del tempo.
E nel periodo considerato, da parte antifascista, queste azioni di guerra, concrete e significative, sono così minimali e sporadiche da non poter di certo essere elevate ad un mito di una resistenza o lotta di popolo, tanto più che, mentre la stragrande maggioranza della popolazione non partecipò affatto, neppure sotto l’aspetto ideale a questa “resistenza”, un altra parte ancorché minoritaria, ma ben più numerosa e significativa di quella antifascista, si riconobbe e sostenne la RSI di Mussolini.
Comunque sia, e per fare un esempio, il fatto che il 25 aprile in Milano, alle 9 del mattino, alcuni dirigenti del CLNAI (Marazza, Arpesani, Pertini, Sereni, Valiani) si riunirono clandestinamente nella biblioteca del Collegio dei Salesiani per dichiarare l’insurrezione a Milano e nel resto del Nord Italia, non vuol dire che costoro possano trovare un posto di rilievo nella Storia o che poi ci sia stata una vera insurrezione con tanto di “liberazione” della città (che infatti non ci fu!).
Tante testimonianze, memoriali, diari, articoli, sono stati scritti dal dopoguerra ad oggi, da presunti partecipanti alla Resistenza, raccontando, ricamando, ingigantendo e magnificando quei giorni e quelle gesta, ma la Storia non si lascia suggestionare dai ricordi e dalle ricostruzioni a tavolino, perchè esige il riscontro di cronache effettive, non di intenzioni, riunioni, articoli, volantini o altri lavori sotto traccia.
E neppure può dare rilievo a pompose sigle quali CVL (Corpo volontari della libertà) o CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), se poi queste sigle erano più che altro sulla carta, perchè i loro partecipanti, pochi o tanti che fossero, si guardavano bene dal mostrarsi alla luce del sole, fino a quando le località in cui operavano non erano state sgombrate dal nemico. A cose fatte poi, chiunque poteva vantare, arricchire e condire le sue “eroiche” gesta, consistenti in un tramare da congiurati, nel redigere un articolo o un volantino, nel trasportare ordini o armi, per poi rientrare tranquilli in qualche anonimo rifugio sicuro.
Quindi, se una rondine non fa primavera, altrettanto può dirsi di alcuni sporadici scontri e rare azioni militari che non possono creare un mito attestante una Resistenza del popolo italiano ai tedeschi ed ai fascisti.
A Milano il 25 aprile, ristoranti e negozi erano aperti regolarmente. A metà giornata si udirono delle sirene che dovevano costituire il segnale di uno sciopero generale, fase di inizio dell’insurrezione antifascista. I tram presero a rientrare nei depositi, mentre negli uffici molti se ne andarono a casa. Da alcune fabbriche dislocate in periferia giunsero dei colpi di pistola. Qualche sporadico incidente e nient’altro, tutto qui. Tranquilli e indisturbati i tedeschi, che del resto avevano oramai in tasca un accordo di resa con gli Alleati, stipulato all’insaputa della Rsi, se ne stavano per conto loro, mentre Mussolini in Prefettura a Corso Monforte circolava liberamente e le milizie e unità fasciste erano padroni della situazione.
Anche considerando il famoso "Incontro all'Arcivescovado", dove verso le 16 Mussolini si recò nella speranza di conseguire un indolore passaggio dei poteri, tra una repubblica che incalzata dalle divisioni Alleate si ritirava in armi verso la Valtellina in attesa degli ultimi sviluppi della situazione e le subentranti autorità cielleniste, che inevitabilmente avrebbero dovuto colmare il vuoto di potere, storici seri hanno sorriso al pensiero che, se Mussolini avesse veramente accettato la resa che in quella sede gli venne assurdamente proposta, i ciellenisti non erano neppure in grado di riceverla questa resa, ovvero di occupare i palazzi governativi, garantire l’ordine pubblico e provvedere alla consegna di migliaia di militi fascisti, per mancanza di uomini ed avrebbero quindi dovuto chiedere l’impiego delle stesse forze e polizie della Rsi.
Solo quando i fascisti di Pavolini, furono andati via da Milano ovvero dopo le 5 del mattino del 26 aprile, il CLNAI potè far occupare la Prefettura, sede evacuata la sera precedente da Mussolini e il suo governo, ma lo dovette fare la Guardia di Finanza passata ufficialmente e al momento propizio, dalla parte della Resistenza!
E stiamo parlando di episodi del 25 e 26 aprile, quando secondo la letteratura resistenziale doveva essere in corso la “liberazione” delle città del Nord.
Ovviamente poi, tra il 27 e il 28 aprile, in tutta sicurezza, in paesi e città oramai sgombri di fascisti e con i tedeschi ritiratisi, i banchetti di arruolamento di "partigiani dell'ultim'ora" si riempirono di iscrizioni (spesso tornate poi utili per una pensioncina o un riconoscimento futuro). Solo allora si videro per strada gruppi di partigiani armati di tutto punto che la fecero da padroni, fino a quando le amministrazioni Alleate provvidero a farsi riconsegnare le armi che gli avevano fornito.
E, sempre ovviamente, si scatenarono i massacri indiscriminati degli sconfitti (sconfitti dalle FF.AA. Alleate, si intende) che ebbero la sconsideratezza di fidarsi della parola di chi gli proponeva la resa e deposero le armi.
Se si ha la bontà di leggere le cronache del tempo e di confrontarle con una ampia letteratura non “impegnata” politicamente, ovvero quella narrativa dedita a raccontare fatti e situazioni di vita quotidiana dell’epoca, solo marginalmente riferibili a situazioni politiche e militari, ci si renderà perfettamente conto che la popolazione, nel suo genere, fu in quegli anni, più che altro estranea ad ogni vero impegno politico in un campo o nell’altro. Il desiderio del popolo era quello che la guerra, con le sue restrizioni, bombardamenti, minacce e privazioni, finisse al più presto.
Ed in questa speranza la gente era ovviamente più incline a desiderare un arrivo degli Alleati, rispetto ai tedeschi, ma non per partito preso, anzi i tedeschi erano tra gli eserciti più rispettosi verso i civili (anche se in alcuni casi avevano perpetrato, con teutonica e irragionevole violenza, delle sanguinose rappresaglie), ma solo perchè il popolino vedeva nell’arrivo degli Alleati, di cui si intuiva facilmente che sarebbero risultati vincitori, la fine della guerra. Le feste e gli applausi che una parte della popolazione, stanca e affamata, ma bisogna dire anche poco dignitosa, riservava alle truppe Alleate che entravano nei paesi e nelle città non può essere scambiata come una partecipazione alla lotta contro i fascisti e i tedeschi, perchè questa partecipazione non c’è mai stata.
I fascisti, pur potendo contare su un apporto di popolo non maggioritario, ma alquanto consistente alla loro Repubblica Sociale (circa 800 mila adesioni, sebbene molte lo furono, diciamo per “ufficio”, in quanto vi erano anche persone che lavoravano in strutture e uffici ubicati nel territorio sotto la giurisdizione repubblicana), erano una forza significativa e che poteva contare su numerose partecipazioni volontarie, in particolare di giovani, a reparti operativi in guerra.
Ovviamente, con l’approssimarsi della fine e l’arrivo delle truppe Alleate, che restrinsero la parte di territorio repubblicano sempre più al Nord, i fascisti finirono per trovarsi alquanto isolati, rispetto alla popolazione, che desiderava la fine della guerra e ne avvertiva tutta la pericolosità nel mantenervi relazioni e contatti. Nonostante questo, però, ancora a metà dicembre del 1944, Mussolini nella sua uscita a Milano dove tenne un memorabile discorso al teatro Lirico ed altri brevi discorsi in varie zone e sedi di partito o reparti in armi, venne letteralmente accolto da una vasta e genuina manifestazione di affetto da parte dei milanesi. E quelle manifestazioni di piazza, senza alcuna precauzione poliziesca che Mussolini aveva decisamente rifiutato, minacciando altrimenti di tornarsene a Gargnano, non ebbero il benché minimo disturbo da parte di quella Resistenza di cui tanto si parla.
Viceversa, la stessa contabilità di parte antifascista, delle forze partigiane (escludendo quelli dell’ultim’ora, anzi dell’ora dopo, che a guerra finita si misero un fazzoletto rosso o tricolore al collo), per tutto il territorio nazionale, non superava qualche decina di migliaia di unità, mettendoci dentro un po’ di tutto.
Del fenomeno terroristico, che causò innumerevoli lutti, storicamente parlando non c’è molto da dire, visto che si trattava non di una partecipazione popolare, ma di sparuti gruppi, GAP e SAP, che nelle stesse grandi metropoli oscillavano tra i 20 e i 100 elementi al massimo i quali, oltretutto, in totale clandestinità compivano imprese “mordi e fuggi”, sparando proditoriamente alle spalle, dileguandosi immediatamente e senza portare alcuna divisa o segno distintivo.
Tutto questo è quanto si deduce dalle cronache e dalle documentazioni storiche e dai racconti di chi ebbe a vivere quegli eventi al di fuori da ogni fazione.
E questo nonostante che la lettura dei giornali degli ultimi giorni di guerra e di quelli immediatamente successivi, ci mostrano invece cronache e articoli talmente fantasiosi, faziosi e assurdi che nessun serio storico può prenderli seriamente in considerazione.
Si immagini che l’Avanti!, in una sua edizione straordinaria, a proposito della cattura di Mussolini, ebbe la spudoratezza di affermare che questa cattura era avvenuta mentre il “Duce con la sua quadrata mascella stava divorando una grossa bistecca”. Ovvia, non solo la fola, ma anche la insinuazione finalizzata a sobillare gli animi di una popolazione che viveva in tempi di fame nera.
Il mito storiografico della resistenza, ebbe i suoi prodromi a guerra finita, dietro la necessità, da parte dei nuovi governanti italiani, portati al potere dalle truppe Alleate, di attestare una sia pur minima partecipazione alla “lotta contro i tedeschi”, e questo nel tentativo di strappare qualche riconoscimento al tavolo della pace.
Più avanti questo mito lo si iniziò a trasporre in letteratura, più o meno a metà degli anni ’50, in particolare quando Roberto Battaglia, storico di matrice azionista, diede anima, forma, corpo e sostanza storiografica a uomini, episodi e avvenimenti politici e di lotta che, sostanzialmente, erano stati militarmente parlando del tutto marginali, con il suo voluminoso: "Storia della Resistenza italiana" (Einaudi).
Ma nella pratica possiamo dire che il “mito” fu infilato a viva forza nella nostra storiografia, verso la fine degli anni ’60, sostenuto dalle varie celebrazioni, cerimonie e innumerevoli ricorrenze che gli si sono volute conferire, potendo contare su un tacito connubio tra comunisti e democristiani tra i quali, i primi si caricavano oneri, vittime e onori di quelle vicende, ed i secondi si accontentavano di una loro partecipazione.
In realtà, se uno storico serio, come abbiamo precedentemente accennato, si prende la briga di voler accertare la consistenza di questo “mito”, si accorgerà facilmente che, ancor meno del Risorgimento, non ci fu alcuna opposizione militare della popolazione verso i tedeschi e la RSI.
Anche il mito del Risorgimento, infatti, venne per lo più costruito a posteriori, attraverso una agiografia di uomini, fatti e avvenimenti, che spesso non si erano svolti come si è poi voluto attestare. Ma nel Risorgimento, almeno in alcune zone, si era avuta una certa partecipazione popolare, soprattutto da parte di ampi strati della borghesia.
Nella Resistenza, viceversa, questa partecipazione popolare non c’è mai stata, se non nelle invenzioni della letteratura resistenziale.
Del resto che il fenomeno partigiano non abbia fornito significativi apporti alla sconfitta dei tedeschi e del fascismo, si trova negli stessi atti degli Alleati che non vollero mai riconoscere ai “partigiani” la qualifica di combattenti.
Per gli Alleati, infatti, non aveva senso dare la qualifica di “combattenti” alle bande partigiane che, prive di espliciti segni distintivi, mai impegnarono seriamente il nemico in combattimenti.
Nè Churchill, nè Eisenhower intesero mai riconoscere o avallare una presunta “Resistenza” in Italia. Questa è una realtà storica, che nessuna celebrazione di Stato, romanzo letterario o fiction filmica potrà mai cambiare.
Gli stessi Alleati inoltre, obtorto collo, dovettero riconoscere – e lo riconobbero! - che l’unica attività militare degli italiani fu quella della Repubblica Sociale Italiana, ai cui combattenti venne riconosciuta questa qualifica (ripetiamo: negata invece ai partigiani!).
Nessuna agiografia storica, costruita a tavolino, e nessuna esagerazione di episodi, riportati nelle pubblicazioni resistenziali, o attestati da qualsivoglia Istituto storico della Resistenza, tendente a “trasformare” i desideri e le poche azioni degli antifascisti del tempo, in vere e proprie epiche battaglie, mai avvenute, può cambiare la Storia.
Come non la possono cambiare le tante fantasiose invenzioni, quali per esempio le mai esistite, nei termini così come sono stati raccontati in letteratura e nelle finzioni filmiche, “5 giornate di Napoli”!
Della esigua, anche se minacciosa, attività terroristica dei Gap e delle Sap, abbiamo già detto, ma ci sarebbe anche da aggiungere che mai, i responsabili di questi atti terroristici, ebbero a presentarsi per evitare le rappresaglie di guerra, da loro stessi provocate, sui civili. Il gesto, nobile, di Salvo D’Acquisto del 23 settembre 1943 deve addebitarsi all’ambito della RSI, appena costituitasi, non certo alla cosiddetta Resistenza.
Neppure può essere considerata una realtà militare e ancor meno una partecipazione popolare la massa dei renitenti alla leva (figurarsi, erano fuggiti proprio per non combattere!), frammisti a sbandati, prigionieri evasi, e qualche idealista, che si rifugiarono sulle montagne, ove rimasero pressoché inoperosi. Costoro furono poi inquadrati in bande da ufficiali del governo del Sud e da elementi comunisti, e si limitarono a sporadiche imboscate sulle strade, mantenendosi con il taglieggiamento dei contadini.
Quando queste fantomatiche formazioni, infoltitesi solo in prossimità della oramai sicura fine della guerra, giunsero il 27 aprile 1945, in una Milano evacuata dai fascisti, non poterono far altro che sfilare in parata per le strade cittadine mostrando le loro belle divise nuove fiammanti, che già di per se stesse, facevano intuire la mancanza di precedenti veri scontri e tremende battaglie. Alcune di queste Divisioni, tra quelle dell’Oltrepò pavese, fornirono la dozzina di fucilatori che si recarono la mattina del 28 aprile, senza ostacoli militari di sorta, a Como e Dongo per fucilare i membri della Rsi oramai prigionieri.
Altre divisioni, come quelle di Moscatelli e della Valsesia, giunsero a Milano il pomeriggio del 28 aprile cimentandosi in parate e comizi.
Non ci si faccia infine ingannare dai pomposi numeri con i quali venivano arbitrariamente nomate le famose Divisioni Garibaldi, poste al comando di Luigi Longo, tra le quale assurse alle cronache la 153° Divisione Garibaldi “Luigi Clerici” (quella che catturò il Duce, o per più esattamente dire, prese in consegna Mussolini, così gentilmente donatogli dai tedeschi), perchè trattasi di nuclei, con numerazioni di fantasia, costituiti da poche decine di partigiani che i rastrellamenti tedeschi o fascisti costringevano alla macchia ed alla quasi totale inattività bellica. A loro memoria va spesso il fatto che ebbero alcuni fucilati, in quanto catturati durante i rastrellamenti, ma questi morti, spesso dignitosi, non possono dar corpo al mito di una resistenza.
Solo una falsa filmografia e la retorica resistenziale ha voluto moltiplicare, come i pani e i pesci, la consistenza di questi reparti, e alcuni rari casi di importanti attentati o incursioni compiuti dai rifugiati sulle montagne.
I partigiani alla macchia, infatti, scesero verso le città del Nord solo dopo l’occupazione Alleata di Bologna del 21 aprile 1945 che mostrò la oramai evidente rinuncia dei tedeschi a combattere visto che in Svizzera stavano per concordare la resa delle loro armate in Italia, quella resa che, una volta concordata, li vide, già dal 26 aprile 1945 ritirarsi indisturbati nei loro acquartieramenti.
Le stesse fonti cielleniste, per esempio, affermano che a Como e addirittura il 27 aprile!, i componenti del CLN erano in tutto 50 (date le fonti, bisognerebbe anche calare questo numero) e per giunta prudentemente clandestini!
Sola la dabbenaggine e in qualche caso la collusione, forse più che altro “ideale”, con l’Oss americano, da parte di alcuni comandanti, rese possibile la dissoluzione dei fascisti che, giunti in armi in circa 4, 5 mila indisturbati da Milano, finirono per liquefarsi come neve al sole, di fronte ad un nemico letteralmente inesistente, e praticamente lasciarono isolato Mussolini in quel di Menaggio, il paesino lacustre ubicato una trentina di chilometri più avanti.
Ma direte, tutte quelle foto di parate di formazioni partigiane o di gruppi partigiani armati di tutto punto e con l’espressione seria e intenta a scrutare mappe per una imminente azione di lotta? Non dimostrano forse una partecipazione popolare alla Resistenza?
Lasciamo stare, stendiamo un velo pietoso, perchè qualunque occhio allenato si accorge immediatamente che in molti casi trattasi di foto costruite a “tavolino” in posa filmica, spesso inoltre lo stesso abbigliamento e i fazzoletti mostrati in parata, dimostrano che furono distintivi utilizzati a cose fatte e anzi ci sono addirittura anche casi di foto di fascisti in armi, spacciati per partigiani.
Reali furono invece le foto dei morti e dei combattenti fascisti che per esempio, in quel di Firenze, si immolarono in una disperata resistenza e spararono come franchi tiratori sugli Alleati entrati in città e sui partigiani improvvisamente apparsi al loro seguito.
Dunque possiamo concludere che mentre il popolo italiano, nella sua maggioranza è risultato alquanto agnostico e indifferente rispetto allo scontro politico e militare in atto, c’è sicuramente stata una parte molto minoritaria della popolazione che ha condiviso gli ideali antifascisti, mentre un altra parte, neppure tanto minoritaria della popolazione, comunque più consistente e significativa della precedente, si è riconosciuta nella RSI.
Che inoltre un esiguo numero di questi antifascisti ha praticato una lotta armata contro i tedeschi e i fascisti, attraverso azioni più che altro svoltasi in clandestinità, e tra i quali gli elementi comunisti, erano decisamente preponderanti, mentre altri hanno più che altro svolto azioni e lavorio politico, a tavolino o di limitata portata.
Rispetto a questi le federazioni fasciste, le Brigate Nere e tanti altri reparti, furono decisamente e sproporzionatamente superiori come numero e come qualità e consistenza delle azioni militari svolte, mentre la stessa RSI potè contare su forze armate al comando di Rodolfo Graziani, che neppure possono essere paragonate, come consistenza e qualità, alle forze armate del governo badogliano del Sud.
Il mito della Resistenza del popolo italiano al nazifascismo, quindi, è un falso storico e la storiografia futura lo spazzerà via senza alcuna difficoltà.

ARTICOLO RINASCITA

Vi allego il mio articolo odierno, circa il “mito” della Resistenza pubblicato da Rinascita
Ps. c’era molto altro da dire su questo argomento , fornire riferimenti precisi, ecc., ma lo spazio su Rinascita, max 5 fogli formato A4 non lo consentiva.

lunedì 30 gennaio 2012

Finanza e politica bancaria durante il Fascismo

Finanza e politica bancaria durante il Fascismo


di: Valentino Quintana

In tempi di mestissima crisi finanziaria, dove il signoraggio regna imperante, dove la nazione non ha alcun tipo di sovranità monetaria, è d’uopo ricordare le ferme ed energiche dichiarazioni di Benito Mussolini ai dirigenti delle banche popolari del 26 marzo 1942.
Queste ultime non furono certo motivate da ragioni occasionali, bensì conformi a quella politica finanziaria che il Fascismo inaugurò all’indomani del suo avvento al potere.
Esso trovava il suo fondamento nella mobilitazione di tutte le forme produttive della Nazione mediante il prelievo fiscale.
Il prelievo, effettuato sul reddito nazionale, non era più una semplice sottrazione di potere di acquisto, sottratto ai privati per attribuirlo alla Tesoreria e destinarlo ai fini di pubblico interesse; ma si trattava di un’asportazione che accompagnava e stimolava lo sforzo produttivo dei singoli, senza privarli di alcuna ricchezza, che non fosse stata, a sua volta, creata mercé il tempestivo intervento dello Stato.
Fra la formazione del reddito, lo sforzo lavorativo e il prelievo fiscale si attuava un’armonica, continua e logica coordinazione, che annullava la concezione statica del “gravame” come peso o carico.
Vi si sostituiva la realtà in movimento, identificante il prelievo come ricchezza da esso creata.
Da questa concezione emergeva che la finanza fascista non era soltanto il mezzo tecnico onde si fronteggiava il fabbisogno della tesoreria, ma era anche un poderoso strumento di giustizia sociale.
Il mercantilismo fascista quindi, si poteva realizzare mercé l’intimo coordinamento dei molteplici interventi statali nel mercato nazionale.
L’azione svolta dal Fascismo si può suddividere in cinque periodi.
Il primo periodo va dall’ottobre 1922 al luglio 1925.
Il secondo periodo, concernente la sistemazione dei mercati finanziari e monetari già predisposti nella precedente fase, va fino al luglio 1928.
Il terzo periodo riguarda la preparazione finanziaria e fiscale, va fino al gennaio 1935.
Il quinto periodo orienta la finanza sul piano imperiale.

Nel primo periodo la gestione finanziaria realizza la giustizia sociale mediante l’acceleramento e la disciplina delle forze individuali, operanti sul mercato organizzato secondo i modi della concorrenza.
Si pongono in essere tutte le forze di accumulazione che dovranno consentire, nella seconda fase, una vasta manovra monetaria, finanziaria ed economica, che sarebbe stato il presupposto della futura azione dello Stato.
Il grande risanamento operato dal Fascismo durante questa fase è dato da queste cifre: disavanzo esercizio 1921 – 1922 (anteriore all’avvento al potere del Fascismo): milioni 15.760 (di lire); disavanzo esercizio 1922 – 1923 gestito per nove mesi dal Regime: milioni 3028; avanzo esercizio 1924 – 1925: milioni 417. In circa trenta mesi di governo si ebbe, dunque, un miglioramento di circa 16 miliardi annui nella gestione del bilancio aziendale italiano.

Il secondo periodo è la realizzazione concreta delle possibilità di intervento economico, rese virtuali dalla considerevole massa di potenza di spesa che la Tesoreria aveva accumulato mediante la ricostruzione finanziaria conseguita nel primo periodo della gestione.
Bisogna rilevare, a questo proposito, che l’avanzo considerevole di circa 2,5 miliardi di lire, conseguito nell’esercizio 1925 – 1926, non fu destinato a rimborso del debito pubblico come la finanza tradizionale avrebbe consigliato, ma venne attribuito, nella sua maggior parte, al potenziamento di attività economiche nazionali, mediante spese produttive autonome o integranti l’attività economica privata.
Questa diversione delle tradizioni, praticata in un atto di importanza notevole come quello indicato, pone in evidenza la diversa concezione e le differenti finalità sociali, che la finanza Fascista persegue rispetto alla gestione liberalistica della tesoreria.
In questo periodo va ricordata, per il suo grande significato morale e sociale, la riforma monetaria e la rivalutazione della lira (moneta nazionale, non d’occupazione). La rivalutazione della potenza di acquisto interna ed internazionale della valuta italiana, fu di circa il 30% il che significò: potenziamento della capacità di acquisto dei salari; aumento dei consumi delle classi meno abbienti; risanamento finanziario ed economico delle aziende, imposto attraverso una rigida revisione delle loro impostazioni di carattere finanziario e tecnico.
Il terzo periodo è contrassegnato dalle esigenze relative alla preparazione finanziaria della crisi mondiale.
Gli errori del capitalismo internazionalista, accumulati ed aggravati dalle ingiustizie create dalla guerra mondiale, avevano creato una superstruttura creditizia, che doveva controllare col sistema di cui era l’espressione.
La crisi del capitalismo, che sembrava, fino ad allora, una malattia del sistema (ciò che si vuol negare oggigiorno), si era risolta in una assoluta e grave crisi del sistema stesso che doveva fatalmente, essere travolto e trasformato.
Nell’attesa che tale profondo mutamento si effettuasse, la finanza Fascista provvide a creare le strutture fiscali e finanziarie necessarie al governo delle nuove forze dominanti.
Al fine di predisporre la riforma della finanza locale, fu iniziata una vasta politica di lavori pubblici; fu creata la struttura tecnico – economica necessaria al finanziamento di essi; fu elaborata e attuata la grande legge sulla bonifica integrale che riportava l’uomo alla terra e provvedeva alla redenzione, alla pacificazione sociale e mediante la creazione di un gran numero di piccole aziende familiari, ai coltivatori diretti.
Durante questo periodo, che fu contraddistinto da una totale assenza della Tesoreria dal mercato finanziario, in quanto il debito pubblico rimase praticamente invariato sulla cifra dei 90 miliardi di lire (si noti la differenza rispetto ai tempi odierni, n.d.r.), il bilancio dello Stato provvide con le sole sue forze ordinarie e ricorrenti a fronteggiare le spese pubbliche.
Il che significò l’obbligo, e l’esempio, imposto ad ogni azienda privata, ad ogni bilancio individuale, al pareggiare i propri conti soltanto con mezzi ordinari (!), evitando l’indebitamento, che era stato una delle cause più gravi della crisi risolutiva dell’epoca.

Il quarto periodo è caratterizzato dalla creazione delle attrezzature finanziarie, economiche e tecniche, necessarie alla nuova gestione della finanza pubblica, definitivamente orientata verso l’intervento diretto e responsabile dello Stato.
Fu fondato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, (distrutto in tempi moderni da Romano Prodi) come organo tecnico per la gestione di varie aziende, già finanziate dalle banche private, e che la crisi creditizia aveva accollato all’erario.
Fu organizzata la finanza dell’ordinamento corporativo mediante il potenziamento dell’iniziativa individuale sotto il controllo del tenore di vita dell’operaio, allo scopo di assicurare ad ogni lavoratore un livello di consumi ed uno statuto salariale adeguato alla propria famiglia e al suo sostentamento, con rispetto e tutela del grado di civiltà raggiunto mai sino a quel momento dalla nazione italiana.
La grande operazione economica compiuta in questa fase dalla finanza Fascista fu la conversione del consolidato 5% per oltre 63 miliardi di lire in capitale, in rendita redimibile al 3,50% allo scopo di predisporre la graduale riduzione del debito pubblico, mediante rimborso del capitale e limitazione conseguente delle spese per la sua gestione.
Il criterio logico dominante in quel periodo della congiuntura mondiale, era che il risanamento finanziario ed economico del Paese fosse condizionato dalla gestione, rigida e controllata, dalla Tesoreria, conseguita mediante una continua e severa comprensione delle spese pubbliche, prime fra queste, quelle per il debito statale.

Il quinto periodo è rappresentato dalla preparazione e dallo sfruttamento di tutta l’economia e di tutta la finanza italiana sul piano dell’Impero, in vista della funzione oceanica assunta dall’Italia dell’epoca.
E’ chiaro, che il secondo conflitto mondiale abbia accelerato ed intensificato questo processo, mettendo a disposizione dello Stato le risorse necessarie per resistere e combattere.
Era altrettanto evidente che la saldezza economica e finanziaria potesse essere insidiata da un nemico terribile: l’inflazione.
In questo fenomeno, non v’è nulla di fatale né di inevitabile.
Anche in questo caso, la volontà può regolare le cose a seconda di fini determinati.
In regime liberale, nell’assenza di una volontà direttiva, che l’inflazione può imporsi per la cosiddetta forza delle cose, ma non in un regime autoritario e totalitario, quando sia deciso ad impedire ad ogni costo il disastroso fenomeno della progressiva svalutazione della moneta.
Come sempre, il fenomeno dell’inflazione muove sempre da presupposti di ordine morale, dalla preoccupazione, dalla sfiducia, dalla smania dei facili guadagni, dal desiderio di “coprirsi”, di mettersi al riparo dai rischi più o meno immaginari.
Di qui un’attività economico – finanziaria fittizia, improvvisata, alla quale non corrisponde nessuna produzione reale e che vale unicamente a determinare un rapido rialzo dei prezzi.
Si formano, così, delle situazioni artificiose, che per reggersi debbono ricorrere al credito, cioè al risparmio nazionale.
E a questo punto che lo Stato può far sentire la sua volontà, sia regolando il credito attraverso il riscontro presso la Banca di emissione, sia contenendo entro i limiti stabiliti la circolazione.
Tutto ciò, con uno Stato sovrano ed indipendente.
Comunque sia, tutto questo non basta.
La severità dello Stato, che non deve avere pietà per le situazioni artificiose, causate sempre da speculazioni illecite o sbagliate, deve essere assecondata dalla disciplina dei cittadini, a qualsiasi ordine appartengano: industriali, agricoltori, commercianti, consumatori, che hanno il dovere e l’interesse di astenersi da quelle attività economico – finanziarie che valgono unicamente a determinare il progressivo rialzo dei prezzi, quel circolo vizioso a cui si è riferito così efficacemente il 26 marzo 1942 il Capo del Governo Italiano. Occorreva, secondo Mussolini “un deciso, violentissimo, se sarà necessario, colpo di arresto, contro una tendenza esiziale.
Non un metro di più sulla via della rovina, sulla via della perdizione.
Sono in giuoco il risparmio nazionale cioè la consistenza stessa dell’economia italiana, gli stipendi, i salari, le pensioni. Tutto”.
Lo Stato Fascista prometteva nessuna tolleranza dello Stato in fatto di speculazioni o di arbitrari arricchimenti.
In un discorso del 20 marzo 1942, all’Istituto di Cultura Fascista, il ministro Thaon di Revel parlò chiaramente: “occorre instillare nella convinzione di ognuno che tali forme di arricchimento anche se momentaneamente tollerate, verranno in definitiva eliminate e che nessuna conseguenza di natura monetaria potrà costituire una ragione di favore per alcuni investimenti patrimoniali a reddito variabile, in danno di quelli a reddito fisso. Imposte, a natura compensatrice, su reddito e su capitale, aventi come elemento di discriminazione la fonte variabile o fissa del reddito stesso, saranno certamente applicate dal Governo Fascista alla chiusura della congiuntura bellica presente”.
Sappiamo tutti, purtroppo, che non andò così.
La difesa della moneta, cioè del risparmio, non consentiva eccezioni o transigenze, per il Fascismo.
Anche per questi motivi, l’Italia Fascista ha perduto la sua guerra.

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12507

venerdì 13 gennaio 2012

Giornata Internazionale della Solidarietà con la Palestina


di Stephen Lendman

- per i Palestinesi solo un altro giorno di ordinaria follia -


Istituita dall’ONU nel 1977, la Giornata Internazionale della Solidarietà con il Popolo Palestinese viene celebrata il 29 novembre e commemora la data in cui, nel 1947, venne adottata la Risoluzione ONU 181 malgrado l’opposizione dei Palestinesi.

La Risoluzione è nota con il nome di Piano di Spartizione della Palestina. Consegnava il 56% della Palestina storica agli ebrei (che costituivano un terzo della popolazione),e il 42% ai palestinesi.

Gerusalemme venne dichiarata Città Internazionale e affidata ad un Consiglio di Amministrazione Fiduciario dell’ONU. Ufficialmente lo è tuttora. L’area comprende l’intera Gerusalemme, Betlemme, e Beit Sahour – in modo da includere tutti i luoghi sacri cristiani.

La Risoluzione 181 prevedeva anche la nascita di uno Stato Arabo Indipendente. La data per la dichiarazione ufficiale di tale stato era stata fissata per il 1° ottobre del 1948. Il testo sollecitava “tutti i Governi e Popoli ad astenersi da qualsiasi azione che possa ostacolare o ritardare la realizzazione di queste raccomandazioni”. Al Consiglio di Sicurezza veniva affidato il compito di “adottare le misure necessarie affinché il piano fosse implementato come previsto”. Il piano doveva garantire “una pace giusta e duratura …”.

Ma ciò che avvenne in seguito è noto a tutti. Prima che si potesse attuare il piano dell’ONU (comunque contro la volontà dei palestinesi), i sionisti avviarono la loro “guerra per l’indipendenza” e dichiararono l’esistenza dello stato di Israele nel maggio del 1948.

A distanza di molti decenni, la pace rimane una chimera e la Palestina è sempre occupata.

Le potenze mondiali non sono mai intervenute e oltre 8 milioni di palestinesi rimangono in attesa di giustizia, compresi i profughi e i palestinesi della diaspora.

Privo di qualsiasi potere di influenza, il Comitato per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese si riunisce ogni anno nella sede dell’Onu per osservare la Giornata della Solidarietà Internazionale. L’ipocrisia rituale si sostituisce a politiche efficaci per la Liberazione.

I palestinesi meritano impegno per la giustizia negata, non cerimonie. Un giorno, forse, i decenni di pazienza saranno ricompensati.

Il 29 novembre, i popoli ovunque nel mondo hanno espresso la loro solidarietà con la Palestina. In Gaza i membri dell’International Solidarity Movement di Beit Hanoun e altri gruppi palestinesi si sono messi in marcia verso le zone vietate da Israele per liberare migliaia di palloncini con bandiere palestinesi.

I palloncini si sono librati nel cielo, oltrepassando le frontiere che imprigionano la popolazione di Gaza. Riflettevano lo spirito del popolo che si strugge per la libertà. Un attivista palestinese ha fatto appello alle genti del mondo chiedendo di «isolare Israele nella comunità internazionale e di esercitare pressione in tutte le sue forme finché l’occupazione della Palestina avrà termine».

Radhika Sainath del Solidarity Movement dichiarava: «Oggi l’intero mondo libero è contrario all’occupazione, agli insediamenti e al muro di separazione. Continueremo la nostra opera in Palestina, con gli attivisti palestinesi, finché riusciremo a portare Libertà e Giustizia in Palestina».

Press TV riportava sui movimenti di attivismo pro-palestinese nel mondo, che ovunque bruciavano bandiere israeliane, simboli di repressione. Gli abitanti di Gaza lanciavano le bandiere palestinesi al di là delle barriere costituite dal recinto elettrico che delimita la zona cuscinetto e impedisce ai palestinesi di accedere al 30% delle terre coltivabili.

E Israele come ha “celebrato” la Giornata?

In risposta alle manifestazioni del 29 Novembre, il giorno dopo Israele ha inviato carri armati, bulldozer e veicoli militari in Gaza. I soldati hanno aperto il fuoco dalle torrette di osservazione. L’artiglieria dei carri armati ha colpito le case a est di Khan Younis.

Le terre coltivate di Jahor al-Dik e Maqbola sono state distrutte. Gli elicotteri da guerra circolavano di continuo sull’area. Gaza rimane zona di guerra. Uomini, donne e bambini vengono colpiti costantemente.

E cosa faceva l’ONU? Il solito.

Il 28 novembre l’ONU accusava la Siria di “gravi violazioni dei diritti umani”. Il fatto che in Siria le uccisioni e altre atrocità sono opera di mercenari e membri di Al Qaeda reclutati dalle potenze occidentali non veniva specificato.

Né l’Onu condannava Israele per i quotidiani crimini contro l’umanità commessi contro i Palestinesi.

Il Segretario generale Ban Ki-moon funge unicamente da strumento dell’Impero. Dal suo ordine del giorno, gli obiettivi di pace e giustizia sono completamente assenti. Di conseguenza, i Palestinesi, i Libici, gli Iracheni, gli Afgani, i Bahreini, i Yemeniti, gli Egiziani, i Sauditi, i Somali, e altri milioni di esseri umani soffrono in modo atroce.

Ban Ki-moon non ha pronunciato parola quando a metà novembre Israele ha tagliato completamente la corrente elettrica di Gaza, «come al solito abusando del falso alibi della sicurezza», dichiarava il ministro per l’energia palestinese, Kanaan Ubeid.

L’elettricità è stata tagliata per 9 giorni interi.

Il 26 novembre Israele dichiarava che l’erogazione di acqua ed elettricità cesserà su base permanente se Fatah e Hamas formeranno un governo unitario come annunciato.

Il 29 novembre, data della Giornata della Solidarietà, il Centro Palestinese per i Diritti Umani condannava Israele per avere impedito ad una squadra di tecnici di ripristinare una rete elettrica di Gaza. Ad oggi non è stata riattivata.

La crisi elettrica genera gravi condizioni di disagio in Gaza, soprattutto ora che il freddo si fa sentire. Attualmente Gaza riceve solo un terzo del fabbisogno elettrico, in minima parte generato in Gaza e in Egitto e per il resto proveniente da Israele in misura del tutto inadeguata.

La Società per la Distribuzione Elettrica di Gaza gestisce la situazione come può per mezzo di un piano di emergenza che comporta la mancanza di corrente elettrica per quasi metà della giornata. La malignità di Israele sta esacerbando le condizioni di grave disagio, violando le leggi internazionali.

Ufficialmente i palestinesi sono persone protette, ma Israele li tratta come criminali. I capi di stato delle potenze mondiali non intervengono, né tanto meno le autorità dell’ONU.

Ma l’elenco dei diritti violati da Israele è lungo.

Il Centro Hamoked per la Difesa dell’Individuo ha pubblicato sul proprio sito l’elenco degli abusi perpetrati da Israele su base regolare, tra cui:

1 – Il Muro di Separazione che accerchia le aree abitate dai palestinesi nelle zone in cui i coloni si sono insediati illegalmente. Il muro viola le leggi internazionali, sconvolge la vita dei palestinesi sui propri territori, ostruisce i diritti al culto religioso negando l’accesso ai luoghi sacri, rappresenta una punizione collettiva dei civili che Israele come entità di occupazione avrebbe l’obbligo di proteggere.

2 – I corpi dei palestinesi uccisi non vengono restituiti ai familiari, eccetto in casi sporadici. Dal 1988 la Hamoked ha fornito rappresentanza a centinaia di famiglie addolorate.

3 – Viene negata l’unificazione delle famiglie: Israele dichiara che i palestinesi non ne abbiano diritto e solo in casi rari “concede la riunificazione come atto di pura benevolenza”. Di conseguenza, la separazione forzata colpisce “decine di migliaia” di palestinesi di Gaza, cui viene impedito di raggiungere le famiglie nei territori palestinesi .

4 – Revoca della residenza. Dal 1967 a oggi Israele ha revocato la residenza a centinaia di migliaia di palestinesi residenti nei territori a loro ufficialmente assegnati. In altre parole, i palestinesi che viaggiano all’estero devono depositare la propria carta di identità al momento del passaggio alle frontiere (sempre controllate dai militari israeliani, anche quelle non confinanti con Israele) e ricevono in cambio una “exit card” valida per 3 anni. Coloro che non ritornano entro tale scadenza, vengono dichiarati “emigrati all’estero”. La residenza viene revocata definitivamente, ad eccezione di casi isolati. Tale revoca viola i diritti internazionali, compresa la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, secondo cui «ognuno ha il diritto di partire dal proprio paese e da qualsiasi altro, conservando il diritto di ritornare [articolo 13(2)]».

5 – Residenza in Gerusalemme: da quando nel 1967 Israele ha illegalmente annesso Gerusalemme Est (ufficialmente riservata ai palestinesi), i residenti palestinesi subiscono varie forme di oppressione, comprese «barriere invisibili che incidono sulla vita quotidiana».

Israele ignora ogni legge internazionale con impunità.

I palestinesi non hanno diritti di alcun tipo. La loro vita è un inferno. Sanno di doversi aspettare qualunque sciagura da un momento all’altro, compreso lo sfratto forzato o la demolizione delle case per fare spazio a nuovi insediamenti di coloni israeliani.

La Hamoked assiste di continuo i palestinesi nel denunciare casi di abuso, anche presso la Corte Suprema. Ma perfino quando le sentenze sono favorevoli ai palestinesi, le disposizioni del tribunale non vengono applicate. Le autorità israeliane semplicemente ostruiscono o rimandano all’infinito l’esecuzione degli ordini del tribunale, provocando gravi sofferenze ai palestinesi.

Abusi terribili contro i palestinesi sono all’ordine del giorno.

Vediamo cosa è successo nella sola giornata del 30 novembre.

- I bulldozer dell’esercito israeliano hanno completamente sradicato ogni coltivazione del villaggio agricolo di Mas-ha, distruggendo anche gli allevamenti degli animali.

- I soldati hanno aperto il fuoco su un centro abitato vicino a Gaza City.

- Altrove nella Palestina occupata, gli attivisti di “Peace Now” sono stati presi di mira con minacce di morte e di distruzione mediante esplosivi della sede della loro associazione.Atti come questi sono in genere opera dei coloni estremisti israeliani. Ma le autorità non fanno niente per fermarli.

- Sempre il 30 novembre, i soldati israeliani hanno arrestato tre giovani di Beit Ummar, in territorio palestinese. I soldati hanno fatto irruzione violenta nelle loro abitazioni. Nei giorni precedenti, altri 16 residenti del villaggio erano stati arrestati e messi in carcere. 13 di loro erano minorenni. Gli israeliani trattano i bambini e minorenni alla stregua di adulti.

- Per la terza volta consecutiva, il 30 novembre la detenzione di Nayef Rajoub, parlamentare di Hamas, è stata estesa per altri 6 mesi.

I palestinesi possono essere detenuti all’infinito senza formali accuse, per presunte ragioni di sicurezza. Si tratta di una violazione non solo dei diritti internazionali, ma anche delle leggi israeliane.

Dal 1989, Rajoub è stato arrestato numerose volte, malgrado non abbia commesso crimini di alcun tipo.

Lo stesso vale per tanti palestinesi, la cui unica colpa è di volere vivere come cittadini liberi nella propria Terra.

Ma Israele chiama questo “terrorismo”.

- Sempre nella giornata del 30 novembre, Israele ha intercettato e arrestato 10 pescatori di Gaza. In seguito i pescatori sono stati rilasciati, ma le barche, i loro mezzi di sussistenza, sono state sequestrate.

Come sappiamo, gli israeliani hanno posto limiti estremi alla pesca nelle acque di Gaza. I pescatori spesso tornano con la barca vuota, o anche danneggiata dall’artiglieria delle navi da guerra israeliane.

In luglio di quest’anno, la Commissione Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che l’industria della pesca di Gaza è in pratica scomparsa. Migliaia di cittadini in Gaza dipendono dalla pesca – ma Israele li taglia fuori dalla fonte di sussistenza, restringendo l’area della pesca a 3 kilometri dalle coste di Gaza, ormai priva di pesce. Le barche che si avvicinano al limite vengono intercettate dalle navi da guerra del regime, che spesso aprono il fuoco. Oppure la marina militare usa i potenti cannoni spara-acqua che mandano i pescherecci quasi a fondo. Tutto questo è illegale, compreso il limite dell’area di pesca. Ma nessuno interviene – tanto meno l’ONU.

- Sempre il 30 novembre, al parlamentare palestinese Qays Abdul-Karim è stato vietato di uscire dai territori palestinesi per partecipare alla 27esima sessione del Parlamento dell’America Latina in compagnia di una delegazione di altri parlamentari. Alla frontiera con la Giordania era stato fermato e interrogato da un ufficiale israeliano sul motivo del suo viaggio. Rispose che era diretto a Panama per trovare supporto alla fine dell’occupazione israeliana dei territori assegnati ai Palestinesi. L’espatrio gli venne revocato. Per ora non è stato arrestato ma, come spesso succede, c’è da aspettarsi un raid notturno per prelevarlo da un momento all’altro.

Gli arresti notturni avvengono con penosa regolarità.

La vita nella Palestina occupata è un inferno. Israele opprime i palestinesi per il semplice motivo di essere musulmani e non ebrei. Anche i cittadini israeliani arabi sono sempre a rischio. Su base quotidiana affrontano la discriminazione politica, sociale, economica e culturale.

All’inizio di novembre, la sessione sud-africana del Russel Tribunal sulla Palestina accusava Israele di sottoporre i palestinesi a condizioni di apartheid istituzionalizzata per come viene definita dal diritto internazionale.

Le politiche israeliane sono caratterizzate da discriminazione di stampo razzista. L’apartheid è un crimine internazionale. I testimoni comparsi davanti al Russel Tribunal hanno fornito testimonianze e prove di un’inequivocabile regime di apartheid impoInserisci linksto su chiunque non sia ebreo.

Le politiche ufficiali di Israele seguono criteri di discriminazione, repressione, isolamento e altre forme di abuso. Nonostante la persecuzione sia un crimine contro l’umanità, Israele la pratica con impunità.

Il Russel Tribunal e altre organizzazioni sono decisi a mettere fine ad ogni forma di ingiustizia perpetrata da Israele. Niente al di sotto sotto della piena giustizia è accettabile e tollerabile.

http://civiumlibertas.blogspot.com/2011/12/lautore-ebreo-anti-sionista-stephen.html

venerdì 6 gennaio 2012

1992 l’anno del Golpe in Italia e fine della nostra sovranità politica

Assolutamente da leggere!

VENT’ANNI DELLA NOSTRA STORIA!
UNA LUCIDA ANALISI SUGLI ULTIMI VENT’ANNI DELLA COMPLOTTISTICA ITALICA

Post n°968 pubblicato il 01 Marzo 2009 da
Voce di Megaride di anonimo

fonte:sitoaurora.splinder.com


COSA ERA ACCADUTO IN COSI’ POCO TEMPO PER RIBALTARE L’ITALIA?
Cos’era accaduto in così poco tempo per ribaltare tutta l’Italia, la storia e la religione come un calzino? Era accaduto che era crollato il Muro di Berlino, e orde di compagni ipnotizzati dall’isola che non c’è, aspettavano i custodi della fede fuori dalle sezioni con i bastoni in mano dopo tanti anni di prese per il cubo. I geni del marketing delle masse avevano previsto per tempo la grande opportunità, e avevano iniziato a tessere la propria tela coi “vertici“, e a preparare la strada per “orientare diversamente” il popolino del muro di Berlino: caduta la prima pietra, era già pronta una “Santa Alleanza” mediatico-giudiziaria che distogliesse l’attenzione del popolino con la terza media dai mille “contrordini, compagni!” verso una “missione per conto di Dio” che li facesse sentire di nuovo “importanti” per le sorti del mondo.
In realtà
si trattava solo di un ramo di un golpe internazionale volto al controllo “dall’alto” delle realtà “locali“, basato in Italia, appunto, sul totale controllo di magistratura e media.

Sentiamo le testuali parole di Piero Sansonetti, in quel periodo di inizio golpe condirettore, insieme a Veltroni, de L’Unità:
“Chi contava? I giornali. E nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore dell’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito. Ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli“.
In due parole: Santa Alleanza tra i maggiori media del periodo per preparare la strada a “Mani Pulite“, con l’obbiettivo di sostituire il governo eletto dal popolo sovrano, con uno fantoccio formato, ovviamente, solo da aderenti al golpe internazionale.

ALLA TESI DI “MANI PULITE” ADERISCONO SUBITO TUTTI I COMUNISTI E…
In Italia aderiscono subito tutti i comunisti per salvarsi dai coltelli dei raggirati da decenni, la sinistra DC di De Mita, Ciampi, Scalfaro e Prodi, la sinistra PSI di Giuliano Amato. Ma le correnti di maggioranza, che occupano già le poltrone giuste per decisione popolare, non sentono ovviamente una impellente necessità di inchinarsi ad un complotto internazionale che promette loro ciò che, praticamente, già hanno (e per di più senza “pressioni esterne“). Inizia quindi la “resa dei conti“.
L’allora ministro degli interni, Vincenzo Scotti, alla presentazione del libro “L’Oro da Mosca” del giornalista Valerio Riva, ci svela quanto segue: tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, all’insaputa l’uno dell’altro e a distanza di pochissime settimane, il capo della polizia, quello del Sisde e Giovanni Falcone si recano al Viminale per informare il ministro degli interni di essere giunti, da diverse vie, ad individuare un “complotto internazionale” della lobby delle lobbies della grande finanza, insieme a mafia, camorra e kgb “deviato“, il cui intento è quello di “fare shopping in Italia” dopo aver sostituito, grazie ad un accordo mediatico-giudiziario, il governo “reale” con uno “fantoccio“, costituito solo da coloro che hanno aderito al “complotto”, e dopo aver fatto svalutare la lira. Falcone preavvisa anche Scotti che, se la consueta “guerra di diffamazione personale” inaugurata da Luciano Violante nei suoi confronti in ogni sede istituzionale non sortirà nel frattempo particolari effetti, incontrerà a fine maggio il collega moscovita Stepankov per “chiudere il cerchio“, ma che “attentati mafiosi” potrebbero arrivare prima di quella data per iniziare a destabilizzare l’opinione pubblica italiana e quindi spianare la strada ai complottisti dal punto di vista del “siluramento mediatico-giudiziario dei politici non complottisti“.

FALCONE, PRIMA DI RIUSCIRE A INCONTRARE IL COLLEGA RUSSO, CASUALMENTE SALTA IN ARIA
Vincenzo Scotti in marzo allarma quindi ufficialmente tutte le prefetture, e direttamente anche il Parlamento, ma entrambe le “istituzioni” sottovalutano l’allarme lanciato da Falcone e servizi segreti, nonostante gli attentati mafiosi si verifichino realmente e, soprattutto, nonostante i “poteri forti” inizino a spostare progressivamente le proprie pedine nello scacchiere della magistratura per farle sedere nelle poltrone “giuste“. Poche ore prima dell’incontro col collega russo, casualmente Falcone salta in aria a Capaci, e casualmente quella stessa sera due camion pieni zeppi di documenti escono a fari spenti da Botteghe Oscure, come accadde in tanti luoghi ed in tante occasioni del passato dalle “ambasciate russe“: gli uomini del SISDE che li stavano sorvegliando da tempo, attendono frementi l’autorizzazione alla perquisizione da settimane agognata, ma casualmente ricevono invece la notizia che il loro “capo operativo” è stato improvvisamente ed inopinatamente “silurato“… come quello del Norad la notte tra il 10 e l’11 settembre 2001… quindi anni di indagini vanno in un attimo a p…
E’ il 23 maggio 1992, e casualmente il 2 giugno numerosi esponenti di spicco del complotto denunciato in inverno da Falcone (e non solo) a Scotti, salpano da Civitavecchia sul panfilo reale Britannia per una scampagnata lontano da orecchie indiscrete…
Casualmente, i servizi segreti intercettano una comunicazione dal Britannia alla Procura di Milano, e ancor più casualmente il giorno dopo Maurizio Losa dal TG1 ci informa che molti “pezzi da novanta” anticomplottisti del governo in carica, Craxi compreso, sono appena stati iscritti nel registro degli indagati. Craxi si era sempre lamentato del potere assoluto del suo grande amico Giuliano Amato nelle “questioni economiche del PSI“, e il grande amico Giuliano Amato si era sempre vantato che “non si muovesse foglia” in tutte le questioni “di denaro” del PSI, se prima non ci fosse stata la propria autorizzazione, però, per la Santa Alleanza della magistratura coi quattro maggiori quotidiani del Paese, improvvisamente Craxi diventa il più grande ladro tangentaro della storia d’Italia, mentre contemporaneamente Giuliano Amato diventa miracolosamente il presidente del consiglio di un governo fantoccio che… tenterà di salvare l’Italia dalle tangenti e quindi da Craxi… Misteri della fede…

GIULIANO AMATO VA AL GOVERNO E UNA BANCA D’AFFARI DICHIARA CHE…
Venti minuti dopo che Giuliano Amato ha miracolosamente ricevuto l’incarico di salvare l’Italia dalle tangenti di Giuliano Amato, casualmente la banca d’affari internazionale più rappresentata sul Britannia si sente miracolosamente costretta ad annunciare al mondo intero che i titoli di stato italiani, da lei stessa applauditi e consigliati al mondo pochi mesi prima, ora che l’italica economia è leggermente migliorata, sono miracolosamente divenuti inaffidabili…
Perché inaffidabili, la stampa specializzata chiede a gran voce? “Perché l’Italia non privatizza i suoi gioielli di Stato…”, è la risposta dei lupi di mare del Britannia.
Gli esperti del settore ridono di gusto a tanta imbecillità, ma le altre banche presenti sul Britannia iniziano a svendere tonnellate di titoli di Stato italiani. Il Bilderberg storico Giuliano Amato annuncia al Paese di volergli tanto bene da sentirsi costretto a pagare una follia la consulenza delle 3 maggiori banche d’affari del Britannia per “farci uscire vivi dalla crisi“, e manda questi gentiluomini guidati da Soros a dettare ordini all’altro Bilderberg storico Carlo Azeglio Ciampi (incoronato a Stresa dai vertici della –OMISSIS- planetaria), in quel momento, casualmente, numero uno di BANKITALIA.
Dall’azione congiunta di tanta genialità italo-rotschildiana, scaturisce la perdita, tra “diretto” e “indotto“, di oltre 100.000 miliardi di vecchie lire di quasi vent’anni fa, l’uscita della nostra moneta dallo SME, e la sua conseguente, pesante svalutazione. Casualmente a quel punto la maggioranza bulgara delle “privatizzazioni” finisce a società straniere… Che risparmiano prima il 25 – 30% per la svalutazione, poi almeno altrettanto per una “sottovalutazione” di consulenti geniali come tal Romano Prodi.
L’informazione, radunata intorno all’ex “ammazza Agnelli/De Benedetti” Paolo Mieli, “copre” il tutto con migliaia di titoloni sull’eliminazione mediatico-giudiziaria di chi non aderisce al complotto, quella ridicola farsa che qualche povero di spirito continua a chiamare “Mani Pulite“.
Antonio Polito, come detto uno dei “Quattro dell’Ave Maria” della Santa Alleanza, scrive testualmente: “Certo, Craxi non aveva torto quando diceva di sentirsi accerchiato. C’era un vuoto, i partiti pesavano pochissimo, il governo era altrettanto debole, perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per le nostre campagne di stampa. La dimostrazione più evidente di quel patto si è avuta col decreto Conso. Certo, l’uomo era specchiato, l’oggetto era tentatore e l’idea nemmeno campata in aria: la soluzione prevedeva che i politici coinvolti in Tangentopoli se ne andassero subito a casa. Però decidemmo insieme di ostacolare quel decreto, di ostacolare la soluzione politica… E non fu difficile… In quel clima ci bastava scrivere “decreto salva ladri”, e il gioco era fatto. Non c’era potere politico che potesse contrastarci. In quel vuoto abbiamo interpretato e qualche volta indirizzato l’opinione pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il nostro peso era enorme“.

MIELI SI VANTA DI INCONTRARSI DUE O TRE VOLTE ALLA SETTIMANA CON DI PIETRO
Per coloro, magari stranieri, che non conoscono bene la lingua italiana, traduco brevemente: Mieli si vanta di incontrarsi 2-3 volte alla settimana con Di Pietro, comunque sempre almeno il sabato mattina a colazione, insieme concordano chi “asfaltare” e chi “salvare“, Mieli si sente 3-4 volte al giorno con i numeri uno degli altri 3 quotidiani della Santa Alleanza per concordare titoloni esplosivi per condannare preventivamente qualcuno (non importa se innocente) e assolvere preventivamente altri (non importa se colpevoli), ma guai mai se qualcuno osa proporre una “asfaltatura democratica a 360 gradi dei tangentari“, perché i primi a saltare sarebbero ovviamente proprio i loro padroni… E così accadde che, quando nell’autunno 1993 vennero fissate le elezioni politiche per il successivo marzo 1994, sulla scena politica erano rimasti solo i complottisti al gran completo (perché “intoccabili“), più Bossi e Fini “che non se li voleva nessuno“…
A quel punto, col consueto grave errore di valutazione sulla reale scolarizzazione degli italiani, a Botteghe Oscure e in Via Solferino si accolse quasi con sollievo la “discesa in campo” di chi era miracolosamente riuscito a riunire sotto le proprie ali “quelli che non se li voleva nessuno“, poiché tale “miracolo” pareva dare un minimo di credibilità alle elezioni-farsa scaturite dall’intoccabilità di un Di Pietro che, nonostante statisticamente sbagliasse il 70-75% dei propri teoremi, continuava ugualmente ad arrestare impunemente tutto e tutti. Ma il 27 marzo 1994 accade l’impossibile: a forza di esaltare le doti umane e di imprenditore di San Silvio da Arcore, CGIL e PCI hanno talmente “innalzato” la notorietà del “Cavaliere Nero“, che quest’ultimo asfalta la “gioiosa macchina da guerra” alle politiche.
Non passa nemmeno una settimana, che il presidente di Banca IMI (a quei tempi ancora “statale” e come sempre in mano ai “poteri forti” del paese) si presenta al Bilderberg storico Oscav Luigi (in qualità, oltre che di Presidente della Repubblica, di presidente del Csm) per presentargli un esposto miracoloso. Perché “miracoloso“? Perché, come vedremo, Banca IMI nel processo noto come IMI-SIR(/Rovelli) ha per anni palesemente corrotto tutti i magistrati dei vari gradi di giudizio per ottenere uno “sconto” di una inevitabile pena, ottenendo alla fine un “quasi-dimezzamento” (economico) della pena stessa, proprio un paio di mesi prima dell’inaspettata vittoria di San Silvio istantaneamente divenuto Satana Origine di Tutti i Mali. E ora, mentre ancora nei “piani alti” della banca si festeggia il risultato di tanta corruzione di magistrati, si manda il presidente della banca da Oscav con un esposto che ipotizza corruzione di magistrati realizzata dalla parte avversa=danneggiata dal dimezzamento finale (…), guidata occultamente, non ci crederete mai, da Satana Origine di Tutti i Mali…

VIENE COINVOLTO BOSSI PER POTER FARE IL RIBALTONE
Oscav Luigi trasmette l’esposto alla magistratura competente e lo manda in copia a Bossi minacciando di coinvolgerlo nel caso in cui “voti la fiducia” al “Santo da Arcore” istantaneamente trasformatosi in “Satana Origine di tutti i Mali“.
Umberto Bossi temporeggia per alzare la posta del “tradimento“, e quindi intanto vota la fiducia a Satana, poi si mette alla finestra e aspetta proposte dal Quirinale.
Poche ore dopo il voto di fiducia, Remigio Cavedon, ex Direttore de “Il Popolo” ed ex consigliere personale di Oscav, per altri motivi si reca in visita al Quirinale e, come vedremo tra breve, in una lunga, amichevole chiacchierata, viene informato da Scalfaro che esiste già un complotto mediatico-giudiziario per mandare a casa Satana Origine di tutti i Mali, che vi partecipano tutti i “poteri forti“, tutta la vecchia politica, tutta la magistratura, tutta l’informazione e pure tutte le forze dell’ordine, compreso il capo nazionale della polizia, Parisi, amico fidato dello stesso Cavedon…
L’ex direttore del Popolo viene anche informato che “si sta lavorando ai fianchi” di Bossi, che il ribaltone è già cosa fatta, e che Satana non vincerà mai e poi mai le successive elezioni, poiché la magistratura si sta inventando qualcosa per spazzarlo via per sempre…
Scalfaro, come stiamo per vedere, lo informa anche che la motivazione di gran lunga più importante di questa “compattezza” del fronte anti-Satana, riguarda gli interessi di tutti i partecipanti alla “Santa Alleanza antiSatana” nei confronti di alcuni mega-affari dell’IRI, dove Satana sta già scoperchiando qualche pentola molto rischiosa. Infatti, Satana, appena ricevuta la fiducia, ha affidato la guida della Commissione Antimafia alla toga più rossa dell’universo, e questa, già a suo tempo collaboratrice esterna di Falcone e Borsellino nel Pool antimafia, seguendo il filo delle ultime indagini dei due colleghi saltati in aria, ha già scoperto la truffa del secolo, 200.000 miliardi di tangenti tra “diretto” ed “indotto” legati alla TAV, finiti a mafia, camorra, grande finanza, cooperative rosse e uno stuolo di politici, il 100% dei quali, casualmente, si sta proprio in quei giorni stringendo intorno alla “Santa Alleanza per Prodi” che salverà la povera Italia da Satana Origine di tutti i Mali. In tale ottica, come vedremo meglio in apposito capitolo, il governo-fantoccio scaturito dalla follia della e dall’inettitudine degli italiani (che solo ora, a distanza di tanti anni, si stanno riscattando. E con gli interessi, a giudicare dalle ultime tornate elettorali…), presieduto dallo zerbino Bilderberg Giuliano Amato, con una seduta straordinaria in notturna a fine anno (29 dicembre 1992), firma in extremis un provvedimento che aggiri/raggiri una legge europea sulle “grandi opere“, che poche ore dopo, il primo gennaio 1993, sarebbe entrata a tutti gli effetti in vigore (riunione in piena notte dei ministri Barucci, Reviglio e Tesini).

COMMISSIONANO A NOMISMA UNA COLOSSALE CONSULENZA
Tale provvedimento europeo, prevedeva che per tutte le “grandi opere” di ciascuno dei Paesi membri, come la TAV, fosse realizzata un’asta aperta alle società, appunto, di tutta l’Europa Unita, ma questo avrebbe complicato pesantemente la successiva spartizione già decisa delle tangenti, quindi il provvedimento preso in extremis passò il “potere decisionale” all’IRI, nella persona, scoprì la Commissione Antimafia, di Romano Prodi, che, per essere sicuro di non sbagliare nella scelta dei “contractors” cui affidare i lavori della TAV (si sa mai gliene scappasse, per distrazione, anche uno solo non mafioso…), commissionò una colossale consulenza al Romano Prodi di Nomisma, che riuscì nella miracolosa impresa di scegliere solo ed esclusivamente società appartenenti al complotto, molte delle quali non possedevano nemmeno operai ed attrezzature per poter eseguire i lavori per i quali stavano ricevendo decine di migliaia di miliardi di vecchie lire (dei primi anni ’90.
Solo la Finanziaria 1993 di Giuliano Amato e del suo governicchio servo dei Bilderberg destinò alla truffa 9.000 miliardi direttamente, più del doppio indirettamente…). A quel punto, come stiamo per vedere, la Commissione Antimafia scoprì che già Falcone aveva individuato, grazie anche a mega-dossier dei reparti speciali di Carabinieri e Guardia di Finanza, lunghe catene di subappalti che passavano sempre e comunque da società di mafia e camorra, per finire, con mediamente solo il 10-20% dei soldi iniziali, in cooperative rosse che, oltre che partecipare alla spartizione, nemmeno rispettavano le regole sul lavoro per i propri operai e che, con i pochi soldi rimasti dopo tutta la catena di subappalti, nemmeno riuscivano a fare un terzo dei lavori commissionati e quindi battevano cassa verso Roma. Non solo: la toga più rossa del mondo, pluri eletto nelle fila di PCI/PDS, scopre che il 100% dei politici che hanno messo le mani in pasta nella truffa del secolo, si sta in quel momento radunando nella “Alleanza per Prodi” che doveva salvare l’Italia da Satana… e che il “distributore di tangenti” dell’affare TAV, il banchiere italo svizzero Pierfrancesco Pacini Battaglia, si era salvato per ben due volte in poco tempo dalla galera, prima per l’affare-Cooperazione, poi per la TAV, solo perché Antonio Di Pietro era intervenuto con minacce verso la Procura di Roma prima per evitargli due volte le sbarre, poi per “ripulire” due volte il dossier del tangentaro preferito di mafia e camorra, quindi “riverginarlo” due volte per potergli permette di distribuire più tranquillamente le tangenti.
Contemporaneamente Giuliano Amato passava all’antitrust, e casualmente, contemporaneamente alle indagini della toga rossa inaugurava una profonda (…….) indagine sulla “architettura societaria” sulla quale si basava la TAV e tutti i suoi sub-appalti, concludendo con una relazione finale nella quale affermava “tutto perfetto, nessuno dei problemi che qualche disinformato millanta…”. Casualmente, fino a quando a Palazzo Chigi siede Satana Origine di Tutti i Mali, il lavoro della Commissione Antimafia e dell’ex giudice senatore PCI/PDS procede spedito e senza ostacoli, casualmente dopo il ribaltone la Commissione viene congelata e si impedisce alla Toga più rossa del mondo di discuterne la Relazione Finale, poiché dopo tale atto, il documento “passerebbe alla storia” come “documento ufficiale dello Stato” con sopra scritto che il 100% dei malfattori e criminali appartiene al nuovo schieramento compatto anti-Satana che si prepara alle elezioni del 1996. Elezioni alle quali la toga più rossa del mondo si presenterà nonostante le minacce di Violante e D’Alema (attraverso il proprio braccio destro Bargone), e verrà trombato nel proprio seggio-sicuro poiché mafia, camorra e compagni di partito minacceranno amici, parenti e conoscenti dell’ex giudice (mille denunce giacciono ancora senza seguito…), costringendolo addirittura a trasferire molto lontano la propria famiglia. Al magistrato rimarrà quindi il tempo di riassumere la Relazione Finale della Commissione Antimafia “congelata” dalla mafia rossa in un libro, che lo stesso autore presenterà in anteprima e di persona al nuovo presidente del consiglio (e proprio a Palazzo Chigi), il quale avrà un collasso dal quale, per la sfortuna di 60 milioni di italiani, verrà salvato in extremis da Beniamino Andreatta.

http://www.stampalibera.com/?p=11230

Inserisci link

martedì 3 gennaio 2012

Il Manifesto di Verona del 14 novembre del 1943



di Filippo Giannini

Sono passati quasi settanta anni da quando il 14 novembre 1943, in Castelvecchio a Verona, si celebrò il congresso del Partito Fascista Repubblicano, con il proposito di fissare in un “Manifesto” le linee essenziali del nuovo Stato Repubblicano. Come la Carta del Lavoro, nata il 21 aprile del 1927, sarebbe divenuta legge dello Stato quindici anni dopo con la promulgazione dei Codici Civili, così il Manifesto lanciato a Castelvecchio, al di là di alcuni contenuti legati alla situazione del momento, doveva essere un abbozzo dei criteri sui quali costruire la futura Costituzione nazionale. Un preambolo lo definiva il punto 18, ma era di grande rilievo perché confermava il ripudio dello Stato agnostico, proprio delle democrazie parlamentari derivate dai principi del 1789.
Erano trascorsi poco più di due mesi dalla resa che aveva affondato l’Italia nello smarrimento mettendola alla completa mercé dei suoi nemici, ed i convenuti di Verona erano ancora con il cuore in tumulto e ansiosi di cancellare l’onta subita. Nobili e legittimi sentimenti davvero poco adatti alla pacata riflessione necessaria per concepire e studiare certi istituti. Ed infatti lo stesso Mussolini confidò a Bruno Spampanato: .
Alla fine, nel fervore del momento e nell’ansia dell’azione fu approvata per acclamazione l’ipotesi di lavoro, e fu un vero miracolo di consapevolezza e di concentrazione, tanto che, se da un canto può uscirne diminuito il valore sotto l’aspetto giuridico-tecnico, dall’altro ne è aumentato quello ideale e morale, perché, pur davanti alla materiale sconfitta incombente. per la preponderanza avversaria, quegli uomini vollero gridare al mondo le proprie idee perché a loro sopravvivessero. Fu una vampata di purissima fede per la quale ciascuno dei presenti non avrebbe esitato a bruciare la propria vita, ma nel contempo fu la conferma che l’idea che aveva trasfigurato l’Italia e accesa la speranza in Europa, aveva contenuti inequivocabili e profonde radici nell’animo di quanti in essa credevano.
Nel rievocare dopo quasi sette decenni quel giorno memorabile, non dimenticando che l’azione politica deve essere l’applicazione di una salda concezione dell’Uomo, della vita e dello Stato, ma deve procedere e svilupparsi per operare nella mutevole e complessa realtà come tutto ciò che è vivo, ci chiediamo se quegli assunti possano riproporsi oggi, e negli stessi termini. La risposta è che il Manifesto di Verona contiene proposizioni tutt’ora valide e pertanto, opportunamente modificato per renderlo idoneo al mutare dei tempi. Da esso possono trarsi buone basi per correggere l’attuale deriva negativa della situazione politica ed avviare la costruzione di un nuovo Stato, guidato realmente dal popolo e non dai grandi commessi, o commissari come in Europa li chiamano, o Ministri in Italia. In ogni caso tutti più attenti all’economia che non alla politica, alla quale quest’ultima, quella vera in aderenza al volere della plutocrazia internazionale, della quale costoro sono servitori più o meno coscienti.
Ed allora raccogliendo il testimone da coloro che ci hanno preceduto a Verona, e nel solco delle idee da loro espresse, noi vogliamo lanciare un nuovo “Manifesto” con il quale proporre tale Stato, condizione unica per riprendere quel cammino di civiltà del quale l’Italia in passato è stata maestra, da sola o insieme ad altre Nazioni dell’antica Europa. Uno Stato, che possiamo definire ad integrale partecipazione del popolo al potere, e che nell’ambito di un corretto vivere sociale consente ad ognuno di esercitare la propria libertà, e la possibilità reale di partecipare al potere, scevro da falsità, da ipocrisie, e da predomini dell’uomo sull’uomo. Così correggendo i danni prodotti da idee ormai ampiamente dimostratesi errate per non aver costruito la democrazia che si ripromettevano, ma delle oligarchie, e delle peggiori, perché formate da potentati economici attenti più al profitto che non ai destini dell’umanità. L’errore degli Stati moderni infatti, è stato determinato dall’essersi basati sul noto trinomio: “LIBERTÀ’, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ” dal 1789. Però l’uguaglianza non esiste in natura, ed affermarla a base della organizzazione sociale è cosa estremamente deleteria, come nel volgere dei tempi ben si è dimostrato e tuttora dimostra, con la conseguenza che la libertà è solo nelle dichiarazioni, mentre al popolo ne resta molto poca, e la fraternità è di fatto sparita. Occorre invece e per quanto possibile, organizzare uno Stato nel quale nessuno possa artificiosamente impedire ad altri di tentare di concretizzare l’essenza dèi proprio vivere, della quale la propria quotidianità è l’armonica realizzazione, secondo le proprie capacità e volontà, quest’ultima effettivamente realizzata e non solo enunciata:
Riteniamo che per cambiare le cose, si debba considerare che, in quanto parte di un gruppo, l’interesse particolare di ciascun individuo, spirituale o materiale che sia, può trovare migliore e più continua soddisfazione se tanto avviene nel contempo per l’intero gruppo. Gruppo che diviene popolo quando di tanto prende coscienza, e Nazione quando si accorge dei legami di continuità esistenti fra il vivere di ognuno e quello comune del gruppo stesso, nella consapevolezza delle medesime radici e dell’essere “comunità di destino”. Ciò vuol dire che quel che conta per garantire la libertà, non è l’uguaglianza, ma la socialità, altro grande valore indispensabile per la realizzazione della libertà stessa. Il suddetto trinomio allora si riassume in un unica parola: SOCIALITÀ, che con esclusione dell’uguaglianza gli altri due comprende, e nella considerazione della quale solo può parlarsi di effettiva sovranità del popolo, visto nelle sue diversità come nel suo insieme, richiedendo però ad ognuno il contemporaneo adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, cosicché dal gioco armonico delle diversità sia fatta sempre più vigorosa e più ricca la vita comune.
Ecco il Corporativismo, e con esso la Socializzazione, che soccorrono alla realizzazione di uno Stato nel quale non hanno voce dottrine teoriche e spesso utopistiche, ma realtà effettive, relative ad ogni attività umana intellettuale o materiale, ciascuna rappresentata in una comune assemblea istituzionale e raggruppata in una propria categoria.
Uno solo è il modo per combattere e vincere il capitalismo che subordina l’Uomo alle cose e travalica il campo economico trasformandosi in plutocrazia: eliminare ogni forma di parassitismo sociale e porre come finalità comune le priorità poste dalla realizzazione della libertà e dello sviluppo della Nazione, dando vita ad uno Stato che “Noi” chiamiamo ORGANICO. Uno Stato del quale ricevere la cittadinanza, possa dal forestiero essere considerato altissimo onore, come era un tempo il vivere con la legge romana. Sarà naturalmente necessario accantonare l’attuale Costituzione, e pur tenendo conto della nostra allergia per tali documenti ridondanti di belle parole poi inascoltate nei fatti e causa di eccessive e talvolta pruriginose staticità idonee per chi detiene il potere ma non per il popolo, sostituirla con un testo che contenga i principi fondamentali, le forme istituzionali ed il loro funzionamento.
Se i “18 punti” del “MANIFESTO DI VERONA” non pretendevano di essere più che un significativo “preambolo”, lo schema del “MANIFESTO PER IL XXI SECOLO” che “Noi” proponiamo dovrà essere un aggiornamento di quel preambolo, lasciandone immutato lo spirito, proseguendone gli intenti e precisando che non si tratterà mai di pesanti macigni, ma di linee sempre modificabili, allorché sarà dato di tradurlo in diritto positivo o in qualunque momento in caso di successive necessità
Aggiungiamo altresì a scanso di equivoci da parte di chiunque, che intendiamo raggiungere il nostro scopo all’interno e nel rispetto delle leggi vigenti.
Un passo dopo l’altro, per l’Italia e l’Europa di domani.

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12306