venerdì 12 agosto 2011
Globalismo e Mercati, Hybris e Némesis
di: Alberto B. Mariantoni
Non è escluso che alcuni lettori, già prima di iniziare a percorrere il testo di questa mia riflessione, possano eccepirmi: ma che c’entrano delle nozioni culturali dell’antica Grecia (come ὕϐρις/húbris/hybris = dismisura, eccesso, oltraggio; e Νέμεσις/ Némesis = la collera o la vendetta divina), con le umilianti e mortificanti fregature che il cosiddetto “Mercato globale” continua quotidianamente a dare al “Popolo-bue”?
Capisco l’eventuale sorpresa, ma se una tale correlazione potrebbe apparire ai più come una specie di forzatura letteraria, coloro che avranno il tempo e la pazienza di seguire il mio ragionamento, potranno facilmente accorgersi che quelle nozioni c’entrano. Altroché se c’entrano!
Prima, però, di poterne scoprire l’eventuale concatenazione, cerchiamo di fare il punto della situazione, incominciando con il focalizzare e decifrare il primo soggetto di questa analisi: il “Liberismo”.
Questa “scuola di pensiero” (prettamente ideologica, e poco economica, mi permetto di sottolineare), tende a caratterizzarsi, in generale, per la sua fedeltà e sottomissione a tre dogmi fondamentali:
1. “Nel campo economico esiste un ordine naturale che tende ad organizzarsi spontaneamente, purché gli individui siano lasciati liberi di agire, ispirandosi ai loro propri interessi.
2. Quest’ordine naturale, è il migliore, il più capace di assicurare la prosperità delle nazioni; è superiore a qualsiasi altro ordinamento artificiale che si potrebbe ottenere attraverso l’impiego di leggi umane.
3. Non esiste nessun antagonismo, ma armonia tra i diversi interessi individuali, e l’interesse generale concorda ugualmente con gli interessi individuali. Questa armonia, forma l’essenza stessa dell’ordine naturale” (Pierre Reboud, “Précis d’Economie Politique”, Tome premier, Dalloz, Paris, 1939, pag. 52).
Ora, senza dover superfluamente dare risalto al fatto che qualsiasi dogma è semplicemente la più grande offesa che si possa perpetrare nei confronti dell’intelligenza umana, vediamo cosa diceva, a proposito del “Liberismo”, il Dizionario di filosofia e scienze umane di Emilio Morselli, edito da Signorelli, a Milano, nel 1988: “Liberismo (o Liberalismo Economico): teoria secondo cui il modo migliore per promuovere lo sviluppo economico è quello di lasciare l’iniziativa privata in piena libertà d’azione, escludendo ogni ingerenza artificiale da parte dello Stato. Ipotesi di fondo del liberismo è l’esistenza di un ordine naturale in campo economico analogo a quello del mondo fisico; ne derivano due postulati: a) la concorrenza perfetta premia i migliori ed elimina i cattivi operatori; b) il meccanismo naturale dei prezzi che, in regime di libera concorrenza, trova il proprio freno nella legge della domanda e dell’offerta. Queste tesi del liberismo classico, elaborato dai grandi economisti settecenteschi (A. Smith, D. Ricardo, T. Malthus), non trovano più riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che nelle conseguenze”.
Appena 23 anni fa, quindi, il “Liberismo” era ufficialmente morto o considerato un qualcosa che, in tutti i casi, non trovava “più riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che nelle conseguenze”.
Dagli anni ’90 del secolo scorso ad oggi, invece, si continua a cercare di convincere l’uomo della strada che il medesimo “Liberismo” sarebbe il nec plus ultra del progresso e dello sviluppo delle nostre società.
Questo, nonostante che i suoi suddetti dogmi – ciclicamente attivati e, ogni volta, testardamente ed illogicamente messi in pratica (in particolare, tra il 1852 ed il 1890; tra il 1911 ed il 1915 e tra il 1920 ed il 1930, con i “risultati” che conosciamo…), irragionevolmente riproposti (negli anni 1950/1960, dalla “scuola di Chicago”: Milton Friedmann, Feldstein, Moore, etc.) e, dal 1992 (cioè, dopo la caduta del muro di Berlino ed il crollo dell’ex Unione sovietica), politicamente propagandati e fideisticamente diffusi come indiscutibili ed incontestabili – abbiano, nel loro ricorrente confronto con la realtà, invariabilmente “toppato” su tutta la linea e si siano costantemente ed immutabilmente rivelati per quello che in realtà sono e sono sempre stati: una semplice mega-truffa planetaria, ai danni dell’uomo della strada, da parte dei soliti noti!
Vedremo, tra poco, il perché quei dogmi sono una semplice frode.
Cerchiamo, ora, di individuare ed approfondire le principali peculiarità del secondo attore di questa analisi: lo “Stato” o gli “Stati”.
Thomas Hobbes, nel suo Leviatano (1651), ci dice che “lo Stato rappresenta l'istanza unitaria e sovrana di neutralizzazione dei conflitti sociali e religiosi attraverso l'esercizio di una summa potestas, espressa attraverso la forma astratta e universale della legge che si legittima in base al mandato di autorizzazione degli individui, in cui si realizza il meccanismo della rappresentanza politica”.
In che consisterebbe, in particolare, quella sua summa potestas?
Consiste soprattutto nel fatto che qualsisi Stato (dal lat. statum = ‘condizione’, ‘posizione’; riepilogativo di: status civitas = ‘Stato della città’, o status rei publicae = ‘Stato della cosa pubblica’) è, per antonomasia, simultaneamente sovrano, indipendente e spersonalizzato.
E’ sovrano, in quanto è superiore (dal lat. sŭpĕrans, antis = ‘predominante’; da cui, il tardo lat. superanus, a, um = ‘soprano’ o ‘che sta sopra’, ed il francese souverain = sovrano) ad ogni altro soggetto politico, economico, sociale, giuridico (individuale o collettivo) che esiste ed agisce all’interno dei suoi confini politici. E’ indipendente (in = negazione di, dipendente: quindi, che ‘non è soggetto a vincolo di nessun genere, da parte di nessuno’), in quanto, nei rapporti con altri Stati, non accetta – se non in modo concordato e consensuale (dopo essere stato, come minimo, preventivamente autorizzato da un referendum popolare) e su un piano di ordinaria reciprocità ed equità – nessuna rinuncia alle sue prerogative. E’ spersonalizzato, in quanto – qualunque sia o possa essere la rappresentanza politica che il Popolo-Sovrano ha occasionalmente scelto per far gestire o amministrare la cosa pubblica – è sempre il Governo pro tempore della Nazione che ha l’obbligo di conformarsi ai fondamenti dello Stato (che sono stati preventivamente espressi dalla volontà popolare, condensati nei termini della sua Costituzione e continuano ad essere difesi e garantiti dalle sue leggi), e non il contrario.
Intendiamoci, il Governo di una Nazione può pure decidere di cambiare i fondamenti dello Stato a cui appartiene, ma prima deve comunque chiederne l’autorizzazione e l’avallo da parte del Popolo-Sovrano.
A questo punto, per permettere a chiunque di potersi davvero rendere conto che anche la teoria dello Stato – a causa dell’accettazione incondizionata dei dogmi del “Liberismo” da parte della forze politiche (al Governo ed all’Opposizione) delle nostre Nazioni – è diventata una semplice truffa ai danni del cittadino, è sufficiente porsi queste semplici domande:
1. E’ mai possibile, ad esempio, che l’insieme delle forze politiche di una Nazione – che ufficialmente dovrebbero operare nell’interesse dei cittadini e dello Stato che esse stesse rappresentano ed amministrano – per cercare di forzare le realtà oggettive dei nostri Paesi e farle coincidere con i dogmi dell’ideologia (il “Liberismo”) nella quale credono o si identificano, si sforzino principalmente di sottomettere i nostri Paesi alle cosiddette “Leggi del Mercato” e, favorendo la speculazione finanziaria internazionale, privino arbitrariamente da un lato i cittadini e lo Stato della loro inalienabile sovranità e, dall’altro, facciano addirittura pagare, a questi ultimi, i ripetuti e costanti fallimenti della loro astratta ed inattuabile teoria ideologica?
2. Se uno Stato, per poter ordinariamente esistere ed operare, non solo accetta – sulla base della medesima ideologia “liberista” – di rinunciare a “battere moneta” (che è una delle due prerogative del Principe, assieme al ‘monopolio dell’utilizzo della Forza armata’), ma è nientemeno costretto a chiedere in prestito dei capitali sul mercato libero, c’è ancora da domandarsi le ragioni per cui il nostro debito pubblico (assieme agli interessi che debbono essere pagati sul medesimo debito), è sempre più esponenziale, fino a diventare strutturalmente inestinguibile?
3. E’ accettbile che uno Stato, su sollecitazione di un qualunque Governo in carica, prenda l’iniziativa di scatenare una vera e propria la caccia all’evasione fiscale – fino al parossismo di appostare degli agenti della Guardia di Finanza fuori dai Bar dove andiamo a bere un caffè o mangiare un tramezzino, per controllare de visu se abbiamo o no il relativo scontrino della nostra consumazione, ed allo stesso tempo – non conosca (o faccia finta di non conoscere) il nome ed il cognome (o la personalità giuridica o morale) degli speculatori internazionali che, come se niente fosse, spostano, ogni giorno, migliaia di miliardi di dollari o di euro, da una borsa all’altra del Pianeta, facendo fallire (se il caso si presenta) intere economie nazionali, senza che questi ultimi possano essere in qualche modo identificati, recensiti e tassati, come qualunque altro cittadino del mondo, sia sui loro capitali che sui loro ingenti profitti?
Se tutto ciò è ammissibile e tollerabile, viene spontaneo domandarsi: a cosa servono gli Stati se non a continuare indebitamente a sgassare i cittadini per conto terzi e raschiare il fondo del barile dei nostri introiti e dei nostri risparmi, per permettere a chi è già ricco di diventare più ricco, con l’appoggio incondizionato ed il sostegno pratico della Forza pubblica che dovrebbe essere, invece, il principale baluardo della nostra tutela?
Ed aggiungo: qualora tutto ciò sia davvero ineluttabile (come spesso cercano di convincerci…), allora, aboliamo gli Stati. Mettiamoci tranquillamente l’anima in pace ed accettiamo, di buon grado, di farci direttamente governare dalle strutture della speculazione internazionale. Così, almeno, avremo come minimo economizzato l’insieme dei costi astronomici della politica che, come abbiamo già visto, serve esclusivamente a farci meglio depredare dagli innominabili ed insaziabili manovratori della finanza cosmopolita!
Prendiamo, per concludere il nostro giro d’orizzonte, il terzo ed ultimo attore di questa medesima disamina: “l’Uomo”.
Che cos’è l’Essere umano? E’ quell’individuo (dal lat. individuus, a, um: quell’aggettivo, cioè, che non potrà mai essere o diventare soggetto di se stesso!) che serve esclusivamente al “Liberismo”, per avere al suo cospetto quella massa indefinita di produttori e di consumatori non organizzati e, quindi, imporre unilateralmente le sue regole del gioco all’insieme dei prestatori d’opera ed il suo monopolio (settore per settore) nel campo dei prodotti e dei prezzi? Oppure, è l’anathrôn-ha-opôpé dei Greci: quell’essere animato, cioè, diverso dagli altri animali, che ragiona ed è sensibile?
In quest’ultimo caso, come è falice desumerlo, sarebbe praticamente impossibile continuare a considerarlo uno dei tre fattori della produzione e seguitare altresì a compararlo agli altri due che sono – come tutti sanno – la “tecnologia” ed il “capitale”.
Chi ha mai visto, infatti, fino ad oggi, piangere o ridere, esaltarsi o disperarsi, amare o odiare, provare simpatia o antipatia, affinità o diffidenza, affetto o repulsione, gioia o dolore, un tornio o un cassetto pieno di soldi?
Eppure, i bricconi di cui sopra – vista l’attiva ed interessata complicità della Casta politica (di destra, di sinistra e di centro) del nostro Paese e dei Media (i valvassini dei precedenti) che ne amplificano studiatamente le “gesta” e la “parola” – sembrano comunque essere riusciti a far credere ai cittadini delle nostre società, perfino una tale insostenibile bizzarria!
Convincendo l’uomo della strada che ciò che custodiva o teneva in tasca era più importante di lui, i principali sostenitori dell’ideologia “Liberista” hanno semplicemente permesso che fosse apertamente e legalmente perpretato nei suoi confronti, il più grande e ripugnante dei crimini che la Storia abbia fino ad oggi conosciuto: quello, in particolare, di trasformare psicologicamente il medesimo essere umano – originariamente soggetto e finalità della Storia, della Politica e dell’Economia – in volontario ed inconspevole oggetto di un’astratta e nefasta ideologia che, ponendo il danaro al centro della società, ha ridotto l’Uomo ad una semplice cosa o bene mobile. E, come tale, lo ha reso suscettibile di essere assunto a discrezione ed al minor prezzo possibile, nonché licenziato in tronco, in qualsiasi momento, senza nessun preavviso, né valido motivo, ed affidato unicamente al buon volere delle “Leggi della domanda e dell’offerta”. Il tutto, ovviamente, per permettere ai principali promotori ed organizzatori del cosiddetto “Mercato globale” di ottenere, anche nel contesto del cosiddetto “Mercato del lavoro” (come se l’Uomo potesse essere comparato ad un chilo di patate o di zucchine…) – con l’appoggio diretto o indiretto dei Sindacati embedded ed il connivente e prezzolato avallo dei responsabili dei nostri Governi e dei nostri Stati – il massimo del profitto!
Ecco, dunque, anatomizzata e resa intelligibile anche quest’ennesima truffa che il “Liberismo” ha riservato alle nostre società.
Conoscendo, ora, la natura ed il ruolo reale dei diversi attori di quest’abominevole e grottesca rappresentazione epocale che abbiamo ormai l’abitudine di definire il mondo contemporaneo, chiunque, tra i lettori di quest’approfondimento, potrà, da questo momento, agevolmente individuare e facilmente riconoscere l’hybris a cui mi sono riferito all’inizio di quest’articolo.
Detto altrimenti, in che consisterebbe, dunque, la dismisura, l’eccesso e/o l’oltraggio del “Liberismo” nei confronti dei cittadini dei diversi Stati del mondo?
A mio avviso, consiste principalmente nel far credere al solito “uomo della strada” (ingenuo e sprovveduto per definizione) che la medesima “mano invisibile” che dovrebbe immancabilmente contribuire ad arricchire ognuno di noi (ma, in realtà, rimpingua soltanto qualcuno, impoverendo sempre di più – salvo le classiche eccezioni che confermano la regola – chi è già povero o diseredato!), è ugualmente responsabile – di tanto in tanto (sic!) – delle crisi economiche (come se queste ultime fossero un casuale o involontario incidente della vita e della Storia…) che, da all’incirca due secoli e mezzo, continuano ciclicamente ad affliggere e tormentare l’insieme delle nostre società.
Questo, quando chiunque abbia un minimo di infarinatura a proposito dell’Economia politica, sa benissimo che il cosiddetto “Libero mercato”:
- E’ solo ed esclusivamente il “Mercato” delle Multinazionali e dei Trust finanziari che tende invariabilmente a spazzare via i singoli operatori. In altri termini: per un Bill Gates (il Sig. “Avviso Porte”, si potrebbe liberamente tradurre in italiano!) che riesce a fare fortuna dal nulla, quanti “poveri cristi” ci lasciano le penne, cercando o sperando di poterlo davvero diventare? E se, per pura ipotesi, tutti riuscissimo a diventare Bill Gates che valore avrebbe essere un Bill Gates?
- E’ come un “fiume in piena”, a cui se non vengono preventivamente e drasticamente innalzati gli “argini” della morale societaria e della legge, distrugge tutto al suo passaggio; mentre invece, se “incanalato” precauzionalmente all’interno delle succitate “barriere di contenimento” ed inframezzandogli sul suo percorsco magari una turbina, è in grado di produrre altra energia, ed ancora altra energia (l’esempio più conosciuto, a quanto ne so io, sembra essere stato il miracolo economico italiano degli anni ’30).
- Produce sistematicamente delle situazioni economiche, nelle quali i prezzi delle differenti Nazioni tendono sempre ad allinearsi su i più alti ed i salari su i più bassi.
- Tende regolarmente a monopolizzare i guadagni ed a socializzare le perdite. In altre parole, ciò che i vari promotori ed organizzatori del “Mercato globale” riescono a rapinare all’interno di uno Spazio economico, lo tengono in larga parte per sé; e quando il medesimo “mercato” che hanno precedentemente investito incomincia inevitabilmente a saturarsi, licenziano le maestranze e delocalizzano le loro imprese, lasciando sulle braccia dell’intera società, le spese e gli oneri economici e sociali dei danni che, con il loro ordinario agire, sono riusciti a realizzare.
- Agisce sistematicamente, nei confronti dei diversi Spazi economici del mondo, come l’andirivieni incessante ed incontrollabile delle maree: vale a dire, ruba qui e porta lì; poi, ruba lì e porta qui; dopo ancora, ruba di nuovo qui e porta di nuovo altrove; etc. All’infinito. Con la differenza che questa volta (cioè, da una quindicina di anni a questa parte), il cosiddetto Occidente (Stati Uniti, Europa, Giappone ed alcuni Paesi del Sud-Est asiatico) non potrà affatto essere in grado – dopo aver impoverito le nostre Nazioni (nonostante tenti di far ridurre i salari dei nostri lavoratori, al medesimo livello di quelli che vengono attualmente praticati in Cina ed in India) – di defraudare gli ex-Paesi emergenti (diventati, ormai, a pieno titolo, delle vere e proprie potenze, finanziarie, bancarie, industriali, commerciali e logistiche), per due semplici ragioni: la prima è che l’Occidente ha ormai perduto – a netto vantaggio della Cina e dell’India (insomma, per fare più soldi, l’Occidente ha venduto a quei Paesi, perfino la “corda per farsi impiccare”!) – il monopolio dei suoi cinque tradizionali pilastri economici: la finanza, la banca, l’apparato industriale, le infrastrutture commerciali e quelle dei trasporti; la seconda, è che – sarà bene tenerlo a mente – la Cina e l’India sono due potenze nucleari, a cui sarà molto difficile, in prossimo futuro, cercare di togliere il “tappetino” da sotto i loro piedi, per tentare di scippare le loro attuali e future ricchezze, nella speranza di poterle, un giorno, ri-portare in Occidente!
Individuata chiaramente l’hybris, è sufficiente fare mente locale, per capire la valanga di bugie che ogni giorno ci vengono raccontate dai nostri “politici” e sistematicamente rilanciate sul mercato dai vomitevoli e supersperimentati pennivendoli del medesimo sistema, per cercare di farci tranquillamente o inconsapevolmente tragugiare l’amara pillola del nostro, ormai (nella sopraindicata situazione), impossibile futuro…
Gli Stati e gli Istituti bancari del cosiddetto Occidente (Italia ed Europa comprese), da circa 10/15 anni, sono quasi tutti in fallimento o, nel peggiore dei casi, in semplice e celata bancarotta fraudolenta. Il denaro (quello vero) essendo, nel frattempo, filato via, come era naturale che fosse, in quelle parti del mondo che gli possono più facilmente garantire di potere largamente decuplicare o centuplicare, in rendite e profitti, le somme inizialmente investite.
Cosa ci fanno credere, invece, i nostri “politici”? Ovviamente, che da noi tutto va bene! Anzi, meglio…
Vediamo il funzionamento dei loro premeditati e criminali marchingegni finanziari.
I nostri Stati – ormai irrimediabilmente asserviti alle Caste politiche bipartisan che sono al servizio del “liberismo/globalismo” – per tentare di tenere la “bocca fuori dell’acqua” alle popolazioni dei nostri Paesi e non farle immediatamente ed irrimediabilmente affogare, travolte dai debiti, nell’insolvibilità e nel caos, emettono dei Buoni del tesoro (cioè, dei pagherò a breve o lunga scadenza, su cui lo Stato stesso dovrà, presto o tardi, pagare degli interessi) e li affidano a delle banche private (Bankitalia o BCE o Federal Reserve = kif, kif!). Le medesime Banche, dal canto loro, per simulare un formale pagamento, danno in cambio ai nostri Stati, dei bellissimi biglietti di carta colorati e stampati che sono concessi in locazione, al loro valore facciale, ai nostri Ministeri del Tesoro che a loro volta, dopo averci pagato il famoso “signoraggio” (altri debiti, per il contribuente), li incamerano sotto forma di moneta contante e li utilizzano per “tappare i buchi” più urgenti che sono stati precedentemente generati dalla loro medesima gestione del Paese.
Da un punto di vista contabile, le due vicendevoli operazioni di cassa non sembrano fare una piega: entrambi gli “attori” (gli Stati + le Banche) di questa moderna commedia dell’arte, depositando ufficialmente nei loro forzieri i rispettivi foglietti di carta colorati e considerandoli come dei veri e propri attivi, sono in grado di presentare, agli eventuali audit pubblici o alle più mediatizzate Agenzie di rating, dei corretti bilanci. Al punto che ambedue gli “attori” possono continuare ad apparire – agli occhi del profano (ma non degli speculatori borsistici!) – come dei soggetti economici e giuridici perfettamente solvibili.
Ma chi pagherà, alla fine (questo, naturalmente, nessuno ce lo dice!) il loro ingegnoso “giochino” delle suddette reciproche “cambiali”? Noi. Semplicemente noi! Gli “scemi del villaggio”… Con l’acre e spossante sudore della nostra fronte ed i nostri immani, quotidiani ed ingiusti sacrifici.
Ci sarebbe da evocare altre ed infinite bugie, come quelle, ad esempio, relative al supposto “rilancio” dell’economia dei nostri Stati, abbassando i salari, diminuendo le spese pubbliche, abolendo gli assegni sociali, togliendo le tasse alle imprese, alzando l’età pensionabile, decurtando le pensioni già esistenti (non quelle milionarie dei “signori della politica”, chiaramente!) ed eliminando la loro reversibilità per i poveri vedovi e vedove; oppure, come quelle riguardanti il “rilancio” della produzione dell’auto (se anche riuscissimo a regalare, a costo zero, 1 milione di vetture ai primi che ne facessero richiesta, dove le parcheggeremmo e come faremmo, ormai, a circolare sulle nostre strade o all’interno delle nostre città?), permettendo contemporaneamente ad un qualunque Marchionne di turno di riportare la figura ed il ruolo del lavoratore, alla medesima miserevole condizione di semplice bestia da soma, senza nessun diritto, descritta da Marx, nella prima parte del suo Capitale; o ancora, come quelle concernenti il “riassorbimento” dell’attuale disoccupazione, cercando di accogliere, a più non posso, all’interno di un “bicchiere” chiamato Italia o di un “boccale” chiamato Europa, l’immenso e brulicante Oceano di miseria che il “Liberismo” stesso, con le sue guerre (per la pace) e lo sfuttamento capillare dell’insieme delle risorse dei Paesi del Terzo mondo, ha provocato sul nostro Pianeta. Ma fermiamoci qui…
Avendo capito (spero…) quanto mi sono permesso fino ad ora di evidenziare, il lettore, en passant, avrà altrettanto compreso il significato ed il senso della némesis greca o, se si preferisce, della collera o della vendetta divina a cui ho ugualmente fatto riferimento all’inizio di questa mia riflessione.
Intendiamoci, però. Chiunque sia riuscito a focalizzarne ed afferrarne il concetto, non mi venga ugualmente a chiedere, per cortesia, in che modo o maniera mettere in pratica la sua individuale collera e vendetta nei confronti dei delinquenti di cui sopra e di quanti, fino a questo momento, hanno legalmente permesso a questi ultimi di esercitare impunemente la loro “arte criminale”: quella, cioè, che ci sta letteralmente e collettivamente portando alla rovina, se non facciamo nulla per fermarla.
L’unica cosa che posso consigliare al lettore in questo contesto, è che le nostre possibili ed inesorabili rivincite e le eventuali e sacrosante sanzioni che dovranno comunque essere inflitte ai responsabili della catastrofe generalizzata che – da tempo, ormai – siamo costretti a subire e sopportare sulla nostra pelle, potranno davvero essere realmente esercitate, soltanto quando riusciremo ad avere il coraggio civile e morale di deporre momentaneamente al guardaroba le nostre reciproche “fisse” ideologico-politico-partitiche-religiose. Dopo di ché, mettendo assieme la totalità delle nostre forze e delle nostre capacità e competenze, potremo essere senz’altro in condizione di ribellarci e di combattere e sconfiggere qualunque nemico. E questo, per poterci finalmente liberare dall’assurda e nefasta iattura del “liberismo/globalismo” e riconquistare, per noi ed i nostri figli, nonché per i figli dei nostri figli, le irrinunciabili e, fino ad oggi, furbescamente estorte o ladronescamente defraudate prerogative di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare che – fino a prova del contrario – spettano, per diritto naturale, a qualsiasi Popolo-Nazione del mondo che ancora sia in grado di essere cosciente e degno di questo nome!
Alberto B. Mariantoni
martedì 9 agosto 2011
20 febbraio 1944 Milano
A Milano, il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti la legge sulla socializzazione:
“Sono molto lieto che abbiate aderito all’invito per potere esaminare insieme a Voi la legge sulla socializzazione onde poter portare in questo settore, attraverso la stampa, una propaganda ancora più intensa di quella che fino a oggi Voi avete svolto e della quale Vi ringrazio.
“Questa riunione ha luogo d’intesa col Ministro della Cultura Popolare e né è informato ance il Duce che l’ ha approvata.
Ho ritenuto opportuno uno scambio di idee con Voi per chiarire alcuni punti fondamentali della concezione sociale Mussoliniana che si realizzerà attraverso la legge della socializzazione.
“E’ logico che la stampa sia libera nella discussione perché della libera discussione si possono trarre elementi utili per l’applicazione della legge stessa che riteniamo di perfezionare man mano, anche perché questa non è necessariamente statica ma al contrario deve trovare poi nella soluzione pratica l’indirizzo per evolversi. Però è giusto che le Direzioni dei giornalisti abbiano conoscenza dei principi di massima che la legge hanno ispirato e sui quali è necessario insistere particolarmente.”
“Questi principi generali sono già stati messi in evidenza sulle note della “Corrispondenza Repubblicana” che è uscita subito dopo la legge sulla socializzazione, furono da me ribaditi in una conversazione pronunciata alla radio a Milano ed ancora lumeggiati nell’ultima “Corrispondenza Repubblicana” di ieri l’altro circa le rivendicazioni sulla priorità e continuità della concezione sociale Mussoliniana.”
“Un punto, che è molto importante, riguarda il rapporto tra la socializzazione e i concetti politici che devono accompagnarla. Su questo è necessario immediatamente portare la nostra attenzione perché questi giorni noi abbiamo visto, come anche in alcuni quotidiani è stato manifestato, la tendenza a ritenere che ci saremo allontanati dal principio dal quale il Fascismo è partito e che noi rinunciamo a un tratto a tutta quella che è stata l’azione perseguita in questi ultimi vent’anni. Che ci sia, insomma nella socializzazione dell’imprese una deviazione delle mete (come notato anche “Libro e Moschetto” perseguite per venti anni, rinuncia cioè alla concezione Corporativa.”
“Ritengo di non aver bisogno, dopo la chiara nota della “Corrispondenza Repubblicana” di ieri l’altro, di allungarmi molto, nell’argomento però è necessario fissare un concetto: noi, con la socializzazione, non rinunciamo alla Mussoliniana idea corporativa, ma anzi al contrario la rafforziamo e la svilupperemo con i provvedimenti che seguiranno quello sulla socializzazione.
“Il motivo di quello che è stato, non il fallimento dell’idea corporativa, ma la sua inefficiente realizzazione pratica, si deve, a mio modo di vedere ad un fatto. La legge del 1934 come è noto ha cercato di risolvere la lotta sempre latente ed esistente tra capitale e lavoro.
Questa parità giuridica in effetti si doveva realizzare sul piano dello Stato e cioè attraverso le corporazioni. Si doveva ammettere, allora, che tanto il capitale quanto il lavoro fossero permeati della concezione della sovranità dello Stato e delle superiori esigenze di questo, a tal punto da non portare ami in seno alle discussioni ed agli orientamenti quello che poteva essere l’interesse particolaristico.
“Ma è logico che sul piano giuridico non era possibile risolvere, le lotte secolari di classe, perché da un lato noi avevamo il lavoro, semplicemente con i suoi riconosciuti diritti di associazione, dall’altro noi avevamo il capitale con tutte le sue prerogative, cioè con tutte le possibilità che ad un certo momento potevano effettivamente avere il poter di imbrigliare lo Stato.
Infatti, lo strapotere di una classe ha superato l’uguaglianza giuridica, ha iugulato la concezione corporativa ed ha imbrigliato l’azione della burocrazia, dello Stato maggiore delle forze Armate, con tutte le tristi conseguenze che ormai è superfluo ricordare.
Era, quindi, necessario arrivare alla realizzazione della concezione corporativa partendo da altre basi.
Da quelle basi cioè sulle quali Mussolini, a cominciare dal discorso pronunciato a Dalmine, fino a quello pronunciato a Milano, metteva in evidenza quale doveva essere il ruolo del lavoro nella vita dello Stato e nella partecipazione della vita stessa dello Stato. Ora, anche precedentemente il lavoro ha cercato infinite volte di entrare nella vita delle aziende, ma tutte le volte vi è stato respinto; del resto anche il sistema delle commissioni di fabbrica, instaurato nell’ultimo periodo, non poteva portare al risultato sperato.
“ Per poter farse sì che effettivamente tutti i fattori produttivi giocassero il loro ruolo in parità di diritti e di doveri secondo le loro funzioni, era necessario che la corporazione avesse la sua vita e ilperché funzionante nella stessa vita dell’azienda.
La socializzazione dell’azienda significa quindi creare il catalizzatore del corporativismo se non addirittura la corporazione funzionante nella stessa vita dell’azienda significa far cooperare efficacemente tutti i vari fattori produttivi, nell’interesse dei partecipanti alla vita dell’azienda, subordinati, in ogni caso, a quelli più alti della vita della Nazione.
“Nella Repubblica Sociale, il lavoro attivamente operante assurge a soggetto dell’economia con funzioni di responsabilità e direzione.
Il capitale, sul quale effettivamente troppo si è discusso si è parlato non è che uno strumento a somiglianza di tutti gli altri strumenti per incrementare quella che è la vita produttiva della nazione e quindi la ricchezza della Nazione stessa.
“Ma più che capitale vorrei che in generale si parlasse di risparmio.
Perché per capitale si deve intendere, secondo la nostra concezione sociale corporativa, l’apporto che ancora le forze del lavoro danno attraverso il risparmio al quale ogni uomo tende spintovi da quel senso di possesso e di proprietà; aspirazione che sono molla ed incentivo dell’umana fatica.
“Quindi il capitale, intanto è ritenuto un considerevole fattore della produzione in quanto è risparmio, cioè ancora e sempre potenziale di lavoro svolto.
E’ partendo questo modo di concepire la socializzazione delle aziende come corporazione di fattori operanti per la produzione che noi possiamo rapidamente rimontare ad un sistema che, rinato, non abbiamo mai messo in forse e che vogliamo completamente realizzare. Non quindi un fallimento del sistema ma perfezionamento o, se volete, sviluppo del sistema.
“Quello che vi ho sintetizzato è il fulcro dell’idea politica-sociale e corporativa alla quale si riferisce in maniera lapidaria la norma n.1 della premessa che voi conoscete.
“Faccio una piccola parentesi: com’è che noi potremo realizzare il sistema corporativo non solo nell’ambito dell’azienda ma nell’ambito dello Stato, dopodiché, come ho detto, abbiamo messo il catalizzatore per la creazione di questo Stato Corporativo?
Noi potremmo realizzare lo Stato Corporativo non sul piano dell’impresa ma anche sul piano dello Stato, nel senso cioè che siano le forze produttive dei lavoratori a determinare quella che è la necessità economica nei vari settori produttivi e quindi ancora a dare l’apporto diretto a tutta la vita economica dello Stato.
Voi avete veduto che il Decreto istitutivo della Confederazione del lavoro, della tecnica e delle arti prepara le basi di quello che sarà domani lo Stato Corporativo con l’eliminazione del riconoscimento giuridico del capitale.
La possibilità di creare l’organo corporativo ci viene data proprio da questa eliminazione della rappresentanza del capitale in quanto tale. Domani, attraverso l’espressione delle migliori forze produttive dell’aziende lavoratrici, tecnici, dirigenti, noi potremo creare i consigli provinciali della economia corporativa, i quali saranno l’espressione dei migliori che operano nell’azienda e potranno esaminare, non più soltanto sul piano dell’azione ma sul piano provinciale, quelle che sono le necessità della produzione stessa in relazione a quello che sarà l’indirizzo dell’economia generale da parte dello Stato.
E conseguentemente sul piano nazionale noi potremo realizzare Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa, organi, che esamineremo nei vari settori le necessità le loro necessità soprattutto in riflesso a quella che dovrà essere l’economia generale da parte dello Stato.
E’ conseguentemente sul piano nazionale noi potremmo realizzare Consigli Nazionali della Economia corporativa, organi, che esamineremo nei vari settori le loro necessità soprattutto in riflesso a che dovrà essere l’economia programmatica attraverso le forze vive di coloro i quali operano nelle aziende da esse provengono per vie elettive, o meglio per selezione di capacità e competenza. Conseguentemente gli elementi che saranno preposti a capo dei singoli Consigli Nazionali dell’economia Corporativa, i capi dei vari consigli nazionali dell’economia corporativa provinciali, formeranno il Comitato Nazionale dell’Economia Corporativa, il quale sarà veramente l’espressione delle migliori forze operanti nella vita della Nazione. Esso, opportunamente integrato, avrà tutti quei compiti che aveva il Comitato corporativo centrale e dovrà dare il definitivo indirizzo a tutta l’economia del paese stesso, in maniera da far sì che effettivamente l’economia serva la politica e con questa realizzi la potenza della Repubblica sociale italiana.
Questa parentesi che anticipo sugli sviluppi della socializzazione, ho voluto aprire perché voi nella vostra azione quotidiana possiate effettivamente sapere che si sta preparando l’edificio avendo cominciato, come era, logico dalle fondamenta.
“Vorrei fermarmi su alcuni punti della premessa che del resto, è stata illustrata da molti di voi sui vostri giornali in maniera chiara e precisa.
Forse su un punto non si insiste abbastanza, cioè su quello di accompagnare un idea politica.
A questo riguardo ritengo indispensabile un azione incisiva sulla stampa, perché di fronte al nuovo orientamento staliniano comunista, effettivamente l’Asse ha da opporre chiaramente l’ordine europeo che mette i popoli di fronte al loro divenire e al loro domani.
Per far sì che questa guerra sia maggiormente sentita, poiché specialmente in questo periodo gli italiani si sono dimenticati di tutta l’azione svolta da Mussolini e di tutto il perché della nostra lotta, è necessario ribadire il significato sociale della guerra, in modo che sul piano dell’Asse, ancora una volta la concezione mussoliniana che, ha generato tutto l’attuale movimento dei popoli, a dare il lume e l’indirizzo al divenire dei poli stessi.
Così come Roma faceva accompagnare la forza delle sue armi con l’affermazione delle idee politiche e con la promulgazione delle relative leggi ad uso dell’intera umanità, così questa guerra deve portare la concezione di un nuovo ordine basato sulla missione del lavoro che dai ranghi, attraverso la socializzazione delle imprese, assurge per moto spontaneo alla direzione della vita pubblica.
Effettivamente i poli possono pensare al domani che è loro riservato alla fine del conflitto. Scartato il concetto liberale perché esso è ormai completamente superato; il dilemma è ancora Roma o Mosca ma bisogna in realtà che questo ordine europeo, che noi abbiamo sempre proclamato, ma non chiaramente definito, possa avere finalmente una sua proiezione nel domani. Ora la legge sulla socializzazione effettivamente può aprire la visione esatta ai popoli di quella che sarà la concezione dello Stato dopo la guerra quando essa sarà vinta dall’Asse.
“Al secondo comma della premessa io ritengo non sia molto da aggiungere, specialmente dopo quando è stato pubblicato dalla “Corrispondenza Repubblicana” di alcuni giorni or sono.
Vorrei soltanto mettere in evidenza che il raccorciamento materiale delle distanze significa anche in fondo, perseguire attraverso un’equa politica dei prezzi e una revisione dei costi tutta una politica tesa, quando il lavoro sia veramente in seno all’azienda, il fine di sviluppare il potere di acquisto della moneta. E’ quindi anche attraverso questo sviluppo del potere di acquisto della moneta che le masse potranno domani attraverso la socializzazione dominare i fattori speculativi che fino a ieri avevano imbrigliato questo concetto di una più equa distribuzione della ricchezza, e quindi di una più larga giustizia sociale.
Se il lavoro non è seriamente e attivamente partecipe alla vita quotidiana dell’azienda non potrà mai concepirsi una giustizia sociale e ciò per infiniti motivi di carattere particolaristico.
D’altra parte il compito della legge sulla socializzazione è quello di mettere in evidenza le norme della Carta del Lavoro che parlano di salari in rapporto anche alle necessità e possibilità dell’azienda ed al rendimento del lavoro.
Insistendo su quanto ho già espresso mi domando e vi domando come era possibile che questo salario potesse essere determinato con tali criteri quando il lavoro restava ai cancelli delle fabbriche.
Allora il lavoro era esclusivamente determinato dal capitale, le possibilità dell’azienda erano esclusivamente determinate dal capitale.
Fin quando il lavoro rimaneva estraneo alla formazione del alla formazione del salario stesso, il salario corporativo rimaneva una mera aspirazione se non una mera utopia.
Quindi la socializzazione ha la grave lacuna della estraneità del lavoro al processo di formazione del giusto salario.
Naturalmente in questa azione di carattere unitario la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti avrà il suo ruolo così come l’avevano i Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa.
E’ tuttavia opportuno che la stampa freni i troppi facili entusiasmi di quei faciloni i quali fermamente credono che, spalancate le porte al lavoro, si dia fondo e corpo ad una specie di panacea universale in cui, abolito ogni principio gerarchico di disciplina, tutti possono comandare e fare il proprio comodo.
La socializzazione dell’impresa intende però fermamente raggiunger una maggiore giustizia sociale pretendendo da tutti i lavoratori il massimo impegno e ripartisce su tutti un senso di maggiore responsabilità per conseguire un incessante aumento del prodotto sociale.
Questa è ancora e sempre l’unica via per il benessere sociale dei popoli.
“Il comma 2 della premessa ha parlato di normalizzazione la situazione interna dei rapporti fra capitale e lavoro. E’ necessario che questo risponda in pieno a quanto aveva già stabilito la Carta del Lavoro nella sua norma seconda. Ma lo scopo del comma è un altro: noi abbiamo una situazione in Italia, conseguenza del periodo badogliano, che ha portato uno stato di scosse e smarrimenti pericolosi acuito dalle vicende belliche soprattutto dalla propaganda comunista e anglo - pluto – giudaica. Per poter porre fine a questo senso di smarrimento, per poter stroncare l’azione della propaganda è necessario arrivare celermente ad una normativa di rapporti tra dirigenti, tecnici e lavoratori. Per questo noi non condividiamo l’opinione di coloro che pensano non essere questo il momento più adatto per attuare una socializzazione.
Esso pone i lavoratori e le masse di fronte al bivio: o accettare questa altissima conquista sociale
con le guarentigie della indipendenza nazionale e della conservazione degli usi e i costumi della nostra civiltà ( ai quali il popolo è fortemente attaccato) o salto nel buio di una rivoluzi9one integrale che sradica gli istituti della nostra civiltà e che finirà con rendere spaesate moltitudini di uomini.
E’ sulla scelta della prima via che noi puntiamo per la salvezza della nostra civiltà e della nostra economia.
Una normalizzazione dei rapporti tra le categorie potenzierà anche l’industria bellica, necessaria per continuare la guerra e per far si che l’Italia giochi ancora nel concerto continentale dell’Asse, il suo ruolo.
“Un punto che interesserà voi tutti e sul quale effettivamente alcuni hanno portato la loro attenzione è la figura del Capo dell’impresa così come è stata concepita, attua il concetto di gerarchia che è necessaria in ogni forma della vita a cominciare dalla famiglia nella quale è rappresentata dal capo.
Vorrei quasi dire che nel capo delle imprese si sintetizza effettivamente questa più alta concezione del dovere sociale, espressione del lavoro.
Quindi è il Capo dell’impresa colui il quale potrà dirigere l’impresa stessa e armonizzarla per il superiore interesse dello Stato.
E’ il capo dell’impresa può, con la collaborazione di tutti i fattori produttivi, così come il capo della famiglia con quello di tutti i suoi figli, rende o meno perfetta l’azienda stessa.
D’altra parte la figura del capo dell’impresa viene ad essere elevata di fronte a quella comunista, perché nel comunismo abbiamo il capo dell’impresa che è imposto dall’alto, il burocrate, il quale viene immesso a dirigere l’impresa anche se di essa non né faccia parte effettivamente, senza che in essa si sia fermato.
Noi abbiamo fatto un notevole passo avanti in quanto il capo dell’impresa è eletto dalle forze del lavoro, perché noi abbiamo la certezza della maturità delle forze del lavoro e dell’attaccamento che esse porteranno al perfezionamento dell’azienda così come riteniamo che questo esista nei portatori di capitale, che avendo considerati risparmiatori non possono tendere che alla tutela del frutto della loro fatica e quindi a volere nel caso dell’impresa il migliore, il più tecnico, il più onesto, il più tenace nel lavoro, il più severo e più giusto nel comando.
“D’altra parte non è detto che tra i risparmiatori non vi siano gli stessi operai, tecnici, dirigenti, ma essi come tali sono dei portatori di capitale e come tali dovranno partecipare all’assemblea dalla quale scaturisce il capo dell’impresa.
“Desidero parlare della statizzazione.
Ho veduto in questi ultimi tempi una serie di iniziative nelle varie province che effettivamente, attuate, minerebbe le basi di quello che è il concetto della socializzazione. Statizzazione non significa, come taluni hanno creduto e come fino ad oggi si è fatto, la direzione dell’impresa intesa come burocratizzazione della gestione da parte dello Stato. La statizzazione dell’impresa significa caso mai un’esperienza della socializzazione portata fino al massimo, cioè gestione diretta al massimo delle forze del lavoro.
Non già uomini burocratici nominati dallo Stato bensì da tutti i fattori produttivi dell’azienda, lavoro, tecnica, dirigenti.
Lo Stato necessariamente deve intervenire per tutelare quel capitale pubblico che è formato dai risparmiatori italiani.
Ma il rappresentante dello Stato però non deve essere un burocrate, ma provenire anch’esso dalle vie del lavoro, che abbia cioè già dato nel lavoro prove di senso di responsabilità e di competenza.
Quindi quando sulla stampa spesso si legge tra le righe – o la propaganda ci batte sopra – che noi arriveremo alla socializzazione per immettere gerarchi e gerarconi nella vita produttiva, noi rispondiamo di no, perché nelle aziende a carattere sociale o privato il comando sarà dato effettivamente a coloro che partecipano o hanno partecipato alla vita del lavoro. Anche nella vita delle aziende, , chiamiamole statizzate, il comando sarà dato esclusivamente alle forze del lavoro e il rappresentante dello Stato sarà scelto dalle file del lavoro.
Questo è il concetto che noi abbiamo dato alla statizzazione delle industrie basi, mentre effettivamente nella legge, come voi avete visto, non si parla di statizzazione, ma si parla di azienda a capitale pubblico.
“Ho visto inoltre in varie province che si è fatta la corsa alla nomina di Commissari.
I Commissari delle aziende, se vi saranno quando effettivamente le imprese non rispondono più alle esigenze dello Stato, ma in questo caso il Commissario, qualora esista, dovrà assumere la figura del capo temporaneo dell’impresa, in attesa che si crei il nuovo Consiglio di amministrazione, il quale sarà la espressione delle forze del lavoro.
“Voi avete visto che vi sono elle aziende non previste dalla legge sulla socializzazione.
E’ tutta una massa di aziende minori.
Ora, nelle aziende artigiane già esiste una socializzazione in atto, perché le aziende artigiane son concepite come le vecchie botteghe fiorentine nelle quali il maestro insegna all’allievo dividendo con esso gioie e dolori, miseria e benessere.
Nelle aziende che hanno una struttura che sopra quella dell’artigiano, noi osserveremo i riflessi della legge sulla socializzazione.
Ho la sensazione che molte di queste aziende si socializzeranno, spontaneamente, perché non vi è motivo, o per lo meno non vi dovrebbe essere motivo perché questi capi, che in fondo sono gente ha vissuto e proviene dal lavoro, non sentano come da questa legge derivi l’armonia, la prosperità della loro azienda.
D’altra parte noi dobbiamo tener presente che le forme cooperativistiche non debbono morire e che anzi debbono essere potenziate. Anche questa può essere la via.
“Molti ritengono, e io stesso lo auspico, che queste aziende potranno avere una socializzazione più completa con forme cooperativistiche. Tanto è vero che attraverso il comunicato che ieri ho diramato alla stampa ho messo in evidenza che la cooperazione non deve né può morire; noi creeremo un istituto per la cooperazione, che provvederà a curare l’attività economica e finanziaria di quelle imprese che a somiglianza delle aziende socializzate svolgono una propria attività cooperativistica. Forse io ritengo che con l’istituto della cooperazione possa crearsi anche l’istituto dell’artigianato che coaudivino nel campo finanziario ed economico l’attività di queste che sono un vanto dell’Italia.
“Ho visto molte discussioni per quanto riguarda gli utili. Vi ho già parlato prima di quelli che sono i caratteri dei salari. E’ logico anche che la questione degli utili dovrà avere la sua piena affermazione.
C’è chi ha detto che la quota fissata degli utili minimi, c’è chi ha detto che la quota fissata degli utili è esagerata, c’è addirittura chi ha detto che tutta la quota degli utili eccedenti a quelli della riserva debbano essere destinati ai lavoratori, e mi auguro presto, io ritengo che essi stessi chiederanno che questo non si faccia.
Quando poi i lavoratori avranno fatto parte effettiva della vita delle imprese e sapranno cosa significa un’impresa che lavora, che deve migliorare che deve pensare ad avere le scorte necessarie per il suo funzionamento, allora essi stessi diranno che la quota degli utili, che noi abbiamo previsto come massimo nel 30%, effettivamente è la cosa più logica nell’interesse stesso dei lavoratori che poi traggono la loro vita dalla prospettiva dell’azienda.
Un accorciamento della distanza non si otterrà tanto direttamente da questa partecipazione agli utili, quanto da socializzazione stessa delle gestioni aziendali, mediante la riduzione delle proporzioni indispensabili della speculazione commerciale. La quota degli utili stabilita come massimo del 30% darà la possibilità del premio giusto al rendimento generale del lavoratore, consentirà altresì di immettere nella cassa di compensazione, per quella destinazione di carattere generale della stessa azienda, i residuo degli eventuali utili.
Questi fondi saranno utilizzati oltre che per il progresso dell’azienda anche per speciali motivi sociali.
“Se sono stato troppo lungo, vi chiedo scusa, ma sarete d’accordo che questa presa di contatto era necessari.
Sarò lieto se mi farete conoscere tutte le critiche e richieste che talvolta vengono mandate ai giornali.
Vi sarò grato anche se vorrete creare una rubrica, quando la legge sarà promulgata, nella quale sia espresso il pensiero dei lavoratori, dei dirigenti delle aziende dei tecnici e del pubblico in genere. In ogni modo, è opportuno, per quanto riguarda la socializzazione, ospitare nei giornali tutte le critiche che portino un contributo d’idee: la critica è stimolatrice, ed io sono del parere che essa deve essere ampia e continua, poiché dalle critiche nasce la possibilità della riposta e quindi la possibilità di mettere in luce il problema nella sua vera essenza”.
All’invito del Ministro di iniziare la discussione sull’argomento, Franco De Agazio ha fatto presente il caso in cui un’azienda non possa ripartire ai propri lavoratori perché in perdita.
“La domanda è giustificata – ha detto il Ministro. Effettivamente il lavoratore non deve cercare nella socializzazione soltanto il lato economico.
Noi ci dobbiamo opporre a questo fatto.
Bisogna far comprendere che nella attuale situazione le perdite portano all’intervento dello Stato o alla chiusura dell’azienda; invece in questo caso le riserve attraverso la Cassa dà Compensazione potranno permettere che l’azienda possa continuare la sua attività.
Ecco un punto da mettere in evidenza; il lavoratore non si deve preoccupare soltanto degli utili, deve comprendere che la sua comparsa nel consiglio d’amministrazione avrà notevoli effetti sulla produzione e distribuzione della produzione sociale e quindi sui redditi di puro lavoro e deve, pertanto, mettere l’azienda nelle condizioni di continuare la produzione; dalla continuità della produzione deriva la continuità del suo lavoro e del suo guadagno.
Io sono ottimista: a parte i periodi di crisi economiche, le perdite di prima, molte volte risultavano sulla carta per chiedere allo Stato l’intervento sotto infinite forme che erano causate da illecite speculazioni svolte a far sì che una determinata industria fosse soffocata; lo scopo della socializzazione è di eliminare questo inconveniente.
“Io e mi auguro che l’organizzazione sindacale effettivamente si prepari ad elevare il tono della massa perché la nostra socializzazione a differenza – ripeto – della comunistizzazione è soprattutto in riferimento a quelli che sono i valori spirituali od individuali, funzioni che noi non volgiamo eliminare. Si è sempre parlato di materialismo forse perché effettivamente le situazioni economiche dei nostri operai erano tali che li portavano soltanto a vedere il concetto materialistico e non certo quella che era la loro responsabilità. Mi auguro che in seguito l’attenzione economica si attenui al punto di consentire che l’organizzazione sindacale si trasformi in questo senso; in modo che così verso l’alto si abbaino migliori alla direzione della massa, perché
la socializzazione non è una legge che è fatta per oggi, è fatta per i secoli, per qualche secolo bisognerà studiarla e, naturalmente, bisognerà prepararsi”.
Fausto Brunelli interviene nella discussione affermando che c’è sempre un’aristocrazia che dirige le masse, sia nella forma dell’economia libera che collettiva. Hanno le nostre masse dimostrato di possedere una moralità politica, economica e sociale?
“Codesta pregiudiziale – risposto il Ministro – sarebbe giusta se non si partisse da un concetto sbagliato. Non è vero che nella socializzazione delle gestioni è la massa che dirige, ma il contrario.
Nelle aziende socializzate è l’aristocrazia del lavoro, intesa come selezione dei migliori che gestisce l’azienda ed equipara il capo della famiglia al dirigente dell’impresa nel senso che gli eletti, se sono veramente migliori, devono curare anche gli interessi di coloro che non ebbero la ventura di essere i migliori, Non è vero che è la massa che decide; la massa indica quali sono quelli più atti a decidere.
Quando io dico di creare i Consigli dell’Economia corporativa, io dico di arrivare a scegliere, tra la massa questa èlite di minoranza e quella che regola, non più sul piano dell’azienda, ma sul piano provinciale attraverso il comitato economico provinciale, quello che deve essere l’andamento armonizzato dei vari settori di tutta la provincia. Il consiglio Nazionale dell’Economia Corporativa sarà appunto l’espressione di quell’”elite” del lavoro.
“Io mi auguro che queste organizzazioni sindacali, questi dirigenti che sono l’espressione vera della massa, effettivamente si pongano una domanda mazziniana: quella che mi pongo io tutte le sere quando vado a dormire: ho fatto io nella mia giornata il mio dovere di fronte al quale mi sono preposto, di fronte alla Nazione? E’ la mia coscienza, stasera, sicura di non aver effettivamente fatto compromessi, se non quelli utili al fine che mi propongo?
“Noi non abbiamo detto alla massa ”tu sei proprietario e tu dirigerai l’azienda”. Noi abbiamo detto: “Ti diamo una funzione, ti diamo una responsabilità: tu fai il tuo dovere”. Altrimenti non giungeremo a fare una vera aristocrazia del lavoro che possa rendersi utili alla collettività, quanto abbiamo scontato le colpe – che non era un’aristocrazia, ma un’oligarchia.
“Infine, quando io devo arrivare alla nomina dei Sindacati di categoria, chi è che devo eleggere? L’espressione è dal basso, ma la nomina è fatta dall’alto. La massa non potrà più dire che la nomina è stata imposta dall’alto, è un espressione venuta dal basso che io ho scelto dall’alto. Tutta la vita dello Stato, dai Ministri in giù, deve essere permeata di un solo concetto: il lavoro.
Il lavoro come competenza, come espressione, come fede, come dirittura morale. Non vi deve essere più posto per coloro che oggi non combattono o non producono. Questa è la funzione dell’aristocrazia dei migliori nella socializzazione.
“Tra la concezione staliniana e quella della Repubblica Sociale Italiana, vi è un abisso enorme. Forse il 25 luglio e l’8 settembre, se potremmo sorpassare questo periodo, non saranno stati un male per gli italiani poiché hanno servito veramente a chiarire ed a far sì che quelle idee che abbiamo sostenuto si siano affinate ed abbiano finalmente la loro pratica realizzazione.”
giovedì 28 luglio 2011
IMMIGRATI TRUFFANO LO STATO: BEFFA COLOSSALE ALL’INPS - ITALIA: IL PAESE DELLA CUCCAGNA -
Tantissimi immigrati con carta di soggiorno fanno arrivare i loro anziani genitori in Italia e per loro chiedono il vitalizio all’Inps. Si tratta a tutti gli effetti di una "pensione sociale" (fino al 1996 si chiamava così) riconosciuta a chi ha compiuto 65 anni e non ha redditi oppure è sotto la soglia dei 5.000 euro annui. Sono proprio gli extracomunitari a farne incetta: per chi è regolarmente soggiornante sul nostro territorio basta presentare la domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare in Italia i genitori o i parenti anziani. Una volta fatto rientrare il familiare si manda l'ultra65enne all'Inps per autocertificare l'assenza di reddito o, al limite, dichiarare la pensione minima nello Stato di provenienza e da quel momento l'Inps un totale di 550,5 euro per 13 mensilità quindi 7156 euro l'anno (tutti esentasse). Tante volte ottenuta la pensione sociale l’anziano extracomunitario può tornarsene a casa ed il figlio rimasto in Italia ritira la pensione del padre con una semplice delega. Alcuni di questi che prendono la pensione sociale in Italia sono a loro volta titolari di pensione nei loro paesi.
giovedì 21 luglio 2011
Carta del lavoro


CARTA DEL LAVORO [21-22 aprile 1927]
approvata dal Gran Consiglio
Documento fondamentale del corporativismo fascista emanato dal Gran consiglio del fascismo.
In trenta dichiarazioni indicava quali fattori d'ispirazione della legislazione sociale del regime, fondata sulla collaborazione di classe:
la preminenza dell'interesse della produzione nazionale,
il sindacato unico come organo dello stato,
la Magistratura del lavoro per la conciliazione delle controversie tra datori e prestatori d'opera.
Stabiliva inoltre le norme fondamentali per la formazione dei contratti di lavoro e assegnava agli organi corporativi la sorveglianza sull'applicazione delle leggi a tutela del lavoro e lo sviluppo delle assicurazioni sociali.
I. La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista.
II. Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.
III. L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato, legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito; di tutelarne, di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali, gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, di imporre loro contributo e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico.
IV. Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione.
V. La magistratura del lavoro è l’organo con cui lo Stato interviene a regolare le controversie del lavoro, sia che vertano sull’osservanza dei patti e delle altre norme esistenti, sia che vertano sulla determinazione di nuove condizioni di lavoro.
VI. Le associazioni professionali legalmente riconosciute assicurano l’uguaglianza giuridica tra i datori di lavoro e i lavoratori, mantengono la disciplina della produzione e del lavoro e ne promuovono il perfezionamento. Le Corporazioni costituiscono l’organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi.
In virtù di questa integrale rappresentanza, essendo gli interessi della produzione interessi nazionali, le Corporazioni sono dalla legge riconosciute come organi di Stato.
Quali rappresentanti degli interessi unitari della produzione, le Corporazioni possono dettar norme obbligatorie sulla disciplina dei rapporti di lavoro e anche sul coordinamento della produzione tutte le volte che ne abbiano avuto i necessari poteri dalle associazioni collegate.
VII. Lo Stato corporativo considera l’iniziativa nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della Nazione.
L’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l’organizzatore dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte allo Stato. Dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di doveri. Il prestatore d’opera, tecnico, impiegato od operaio, è un collaboratore attivo dell’impresa economica la direzione della quale spetta al datore di lavoro che ne ha la responsabilità.
VIII. Le associazioni di datori di lavoro hanno l’obbligo di promuovere in tutti i modi l’aumento, il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi. Le rappresentanze di coloro che esercitano una libera professione o un’arte e le associazioni di pubblici dipendenti concorrono alla tutela degli interessi dell’arte, della scienza e delle lettere, al perfezionamento della produzione e al conseguimento dei fini morali dell’ordinamento corporativo.
IX. L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta.
X. Nelle controversie collettive del lavoro l’azione giudiziaria non può essere intentata se l’organo corporativo non ha prima esperito il tentativo di conciliazione.
Nelle controversie individuali concernenti l’interpretazione e l’applicazione dei contratti collettivi di lavoro, le associazioni professionali hanno facoltà di interporre i loro uffici per la conciliazione. La competenza per tali controversie è devoluta alla magistratura ordinaria, con l’aggiunta di assessori designati dalle associazioni professionali interessate.
XI. Le associazioni hanno l’obbligo di regolare, mediante contratti collettivi, i rapporti di lavoro per le categorie di datori di lavoro e di lavoratori che rappresentano.
Il contratto collettivo di lavoro si stipula fra associazioni di primo grado, sotto la guida e il controllo delle organizzazioni centrali, salva la facoltà di sostituzione da parte dell’associazione di grado superiore, nei casi previsti dalla legge o dagli statuti. Ogni contratto collettivo di lavoro, sotto pena di multa, deve contenere norme precise sui rapporti disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura e sul pagamento della retribuzione, sull’orario di lavoro.
XII. L’azione del sindacato, l’opera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della magistratura del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali di vita, alle possibilità della produzione e al rendimento del lavoro. La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all’accordo delle parti nei contratti collettivi.
XIII. Le conseguenze delle crisi di produzione e dei fenomeni monetari devono equamente ripartirsi fra tutti i fattori della produzione.
I dati rilevati dalle pubbliche amministrazioni, dall’istituto centrale di statistica e dalle associazioni professionali legalmente riconosciute, circa le condizioni della produzione e del lavoro e la situazione del mercato monetario, e le variazioni del tenore di vita dei prestatori d’opera, coordinati ed elaborati dal Ministero delle Corporazioni, daranno il criterio per contemperare gli interessi delle varie categorie, delle classi fra di loro e di queste coll’interesse superiore della produzione.
XIV. La retribuzione deve essere corrisposta nella forma più consentanea alle esigenze del lavoro e dell’impresa.
Quando la retribuzione sia stabilita a cottimo, e la liquidazione dei cottimi sia fatta a periodi superiori alla quindicina, sono dovuti adeguati acconti quindicinali o settimanali.
Il lavoro notturno, non compreso in regolari turni periodici, viene retribuito con una percentuale in più, rispetto al lavoro diurno.
Quando il lavoro sia retribuito a cottimo, le tariffe di cottimo debbono essere determinate in modo che all’operaio laborioso, di normale capacità lavorativa, sia consentito di conseguire un guadagno minimo oltre la paga base.
XV. Il prestatore di lavoro ha diritto al riposo settimanale in coincidenza con le domeniche. I contratti collettivi applicheranno il principio tenendo conto delle norme esistenti, delle esigenze tecniche delle imprese, e nei limiti di tali esigenze procureranno altresì che siano rispettate le festività civili e religiose secondo le tradizioni locali. L’orario di lavoro dovrà essere scrupolosamente e intensamente osservato dal prestatore d’opera.
XVI. Dopo un anno di ininterrotto servizio il prestatore d’opera, nelle imprese a lavoro continuo, ha diritto ad un periodo annuo di riposo feriale retribuito.
XVII. Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore.
XVIII. Nelle imprese a lavoro continuo, il trapasso dell’azienda non risolve il contratto di lavoro, e il personale ad essa addetto conserva i suoi diritti nei confronti del nuovo titolare. Egualmente la malattia del lavoratore, che non ecceda una determinata durata, non risolve il contratto di lavoro. Il richiamo alle armi o in servizio della MVSN non è causa di licenziamento.
XIX. Le infrazioni alla disciplina e gli atti che perturbino il normale andamento dell’azienda, commessi dai prenditori di lavoro, sono puniti, secondo la gravità della mancanza, con la multa, con la sospensione dal lavoro e, per i casi più gravi, col licenziamento immediato senza indennità.
Saranno specificati i casi in cui l’imprenditore può infliggere la multa o la sospensione o il licenziamento immediato senza indennità.
XX. Il prestatore di opera di nuova assunzione è soggetto ad un periodo di prova, durante il quale è reciproco il diritto alla risoluzione del contratto, col solo pagamento della retribuzione per il tempo in cui il lavoro è stato effettivamente prestato.
XXI. Il contratto collettivo di lavoro estende i suoi benefici e la sua disciplina anche ai lavoratori a domicilio. Speciali norme saranno dettate dallo Stato per assicurare la pulizia e l’igiene del lavoro a domicilio.
XXII. Lo Stato accerta e controlla il fenomeno della occupazione e della disoccupazione dei lavoratori, indice complessivo delle condizioni della produzione e del lavoro.
XXIII. Gli uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello Stato. I datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere i prestatori d’opera pel tramite di detti uffici. Ad essi è data facoltà di scelta nell’ambito degli iscritti negli elenchi con preferenza a coloro che appartengono al Partito e ai Sindacati fascisti, secondo la anzianità di iscrizione.
XXIV. Le associazioni professionali di lavoratori hanno l’obbligo di esercitare un’azione selettiva fra i lavoratori, diretta ad elevarne sempre di più la capacità tecnica e il valore morale.
XXV. Gli organi corporativi sorvegliano perché siano osservate le leggi sulla prevenzione degli infortuni e sulla polizia del lavoro da parte dei singoli soggetti alle associazioni collegate.
XXVI. La previdenza è un’alta manifestazione del principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore d’opera devono concorrere proporzionalmente agli oneri di essa. Lo Stato, mediante gli organi corporativi e le associazioni professionali, procurerà di coordinare e di unificare, quanto più è possibile, il sistema e gli istituti della previdenza.
XXVII. Lo Stato fascista si propone:
1. il perfezionamento dell’assicurazione infortuni;
2. il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità;
3. l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all’assicurazione generale contro tutte le malattie;
4. il perfezionamento dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria;
5. l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani lavoratori.
XXVIII. È compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentati nelle pratiche amministrative e giudiziarie, relative alla assicurazione infortuni e alle assicurazioni sociali.
Nei contratti collettivi di lavoro sarà stabilita, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di casse mutue per malattia col contributo dei datori di lavoro e dei prestatori di opera, da amministrarsi da rappresentanti degli uni e degli altri, sotto la vigilanza degli organi corporativi.
XXIX. L’assistenza ai propri rappresentati, soci e non soci, è un diritto e un dovere delle associazioni professionali. Queste debbono esercitare direttamente le loro funzioni di assistenza, né possono delegarle ad altri enti o istituti, se non per obiettivi d’indole generale, eccedenti gli interessi delle singole categorie.
XXX. L’educazione e l’istruzione, specie l’istruzione professionale, dei loro rappresentati, soci e non soci, è uno dei principali doveri delle associazioni professionali. Esse devono affiancare l’azione delle Opere nazionali relative al Dopolavoro e alle altre iniziative di educazione.
mercoledì 6 luglio 2011
Affitto in nero? Ora si può denunciare il proprietario e pagare di meno
Con la legge della cedolare secca, gli inquilini in nero possono obbligare il proprietario a stipulare contratti d'affitto 4+4 arrivando a pagare il 90% in meno del canone d'affitto. Ecco cosa fare...
Pagare poche decine di euro d'affitto è il sogno di molti. In genere però la quota mensile di un affitto è decisamente più alta. Soprattutto per gli studenti fuorisede, che devono farsi mantenere dai propri genitori oppure devono trovare un lavoro part-time per non gravare troppo sulla famiglia d'origine. Sono molti gli studenti fuorisede che non hanno un regolare contratto d'affitto e che ogni mese si ritrovano a pagare ai proprietari della casa in cui vivono un affitto in nero. Spesso questa situazione è accettata da entrambe le parti: i proprietari evitano di pagare le tasse per la registrazione del contratto e gli inquilini in cambio pagano un canone inferiore a quello che gli verrebbe richiesto in caso di contratto. Ma le cose potrebbero cambiare. Con il decreto legislativo 23/2011, articolo 3, commi 8 e 9, infatti, i proprietari che non hanno regolarizzato la situazione degli inquilini che vivono nella loro casa, trasformando l'affitto in nero in un regolare contratto di locazione, potrebbero essere costretti a stipulare contratti 4+4 ad un canone mensile anche 10 volte più basso di quello attuale. Cosa dice la legge? I proprietari delle case in affitto avevano tempo fino al 6 giugno per usufruire della "cedolare secca" e registrare il contratto d'affitto. Dopo questa data, tutti gli inquilini in nero possono rivolgersi ad un avvocato dell'Unione Inquilini e denunciare il proprietario di casa.La legge è dalla parte degli inquilini e stabilisce che il proprietario dovrà registrare un contratto di locazione di 4 anni, rinnovabile per altri 4 anni (il cosiddetto 4 + 4) ad un prezzo inferiore del 90% al prezzo di mercato. Per il canone d'acquisto, infatti, si considererà il valore catastale dell'appartamento, che è nettamente inferiore al valore di mercato. Gli inquilini dovranno però dimostrare di pagare un affitto e di non essere semplici "ospiti". Per dimostrarlo è necessario avere o la ricevuta di un pagamento o una utenza di luce o gas intestata.
Se il proprietario si fa pagare in contanti senza rilasciare una ricevuta o non ha permesso agli inquilini di intestarsi nessuna utenza nell'abitazione, potrebbe quindi essere complicato cercare di sfruttare la legge per farsi ridurre il canone d'affitto. Qualcuno però c'è riuscito. A Roma, nel quartiere di San Lorenzo, un affittuario, con l'aiuto dell'avvocato dell'Unione Inquilini Roma, Guido Lanciano, ha ottenuto il contratto 4+4 e pagherà solo 80 euro al mese invece degli 800 che pagava prima. E sono molti gli inquilini che si stanno rivolgendo agli avvocati per intentare la causa. E' però importante sottolineare cheper registrare i contratti non è indispensabile passare attraverso una causa. Con la registrazione, infatti, parte in automatico un contratto di 4 anni + 4 e un canone pari a tre volte la rendita catastale.
Guido Lanciano consiglia a chi si trova in questa situazione "di affidarsi alle varie associazioni di inquilini e agli avvocati che loro mettono a disposizione. Questo sia per la difficoltà della procedura, sia per il muro che si incontra all'agenzia delle Entrate, dove le informazioni in merito sono scarse e dove c'è una sorta di ostruzionismo a favore dei proprietari. La legge però è chiara e imponendosi non si può non farla rispettare".
L'Unione Inquilini ha dato il via ad una campagna d'informazione, soprattutto in vista del fatto che in questo periodo sono molti gli studenti che cercano casa per iniziare l'università a settembre, come dichiara sempre Pasquini: "E' infatti quello il periodo in cui iniziano le locazioni degli studenti. E soprattutto a studenti e immigrati ci rivolgeremo in quanto sono loro le figure che più spesso si vedono imporre locazioni in nero. Approssimativamente, considerando i soli studenti fuorisede a Roma, che sono circa 70.000, possiamo dire che il 90% di loro vive in affitto con contratti a nero".
Ma Roma non è l'unica città dove stanno iniziando ad arrivare le denunce. Anche a Genova, gli inquilini si stanno muovendo, come racconta Stefano Salvetti, presidente del Sicet di Genova (il Sindacato Inquilini Casa e Territorio) al quotidiano Il secolo XIX: "Ho già cinque casi da seguire. Attendo solo che dalla sede nazionale di Roma mi mandino la modulistica appropriata, perché vogliamo fare le cose per bene". Mentre Enrico Viani, segretario provinciale del Sunia (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari) racconta di aver preso in carico 3 denunce, ma è certo che "molte altre seguiranno perché al momento tanti non conoscono ancora questa legge, quindi non sanno di poter far valere i propri diritti".
IMPORTANTE: per registrare i contratti non si dovranno fare delle cause. Con la registrazione, infatti, parte in automatico un contratto di 4 anni + 4 e un canone pari a tre volte la rendita catastale.

