sabato 13 aprile 2013

MA CRISTO SI FERMO’ A PIAZZALE LORETO?



di Filippo Giannini

   Sono appena rientrato in Italia dopo una lunga permanenza all’estero; sono stanco e, quindi, con poca voglia di riordinare i miei documenti, di conseguenza per questa volta, diversamente dal mio solito citerò i documenti solo, come si suol dire, a braccio.
   Quando partii lo scorso novembre, lasciai l’incarico per curare l’ordinaria amministrazione (pagare le bollette, ritirare la posta, ecc.) a mia figlia Ursula e a mia nipote Chiara, ammonendo, però, di non pagare assolutamente l’iniquo abbonamento alla televisione. Perché? Sono disgustato dal modo vigliacco (è il termine adatto) di bollare un fatto storico che pure ha scritto pagine per Vent’anni nella nostra storia.
   Viviamo, come tutti possiamo amaramente constatare, in una lunga, lunghissima fase storica, che senza tema di essere smentito, risale al 1945, data nella quale i vincitori della seconda guerra mondiale ci imposero un sistema di vita che non è quello nostro, europeo, cristiano, romano. Nessuno oggi può negare che siamo governati da una cricca di ladri, corrotti e corruttori, assassini, pedofili, mafiosi, camorristi, stupratori, bestemmiatori, maramaldi, burattini, traditori-voltagabbana e, mi ripeto, di vigliacchi e tutta questa cricca all’unisono tesa a convincere gli italiani che il Fascismo fu il male assoluto. Ho usato due volte il termine vigliacchi a ragion veduta e mi spiego. Pur essendo lontano dall’Italia avevo modo, da perfetto masochista, di seguire in televisione le notizie italiane, ebbene – ma questo è solo un esempio fra le decine di migliaia – cito solo due figure nell’immenso firmamento dei giornalisti strapagati dalla RAI/Tv: Corrado Augias e Gianni Minoli, quest’ultimo con la sua Storia siamo noi, titolo che dovrebbe essere cambiato in La storia la inventiamo noi. I due giornalisti su citati, avvalendosi di un monopolio dittatoriale sull’informazione trasformano la storia ad uso della casta di cui sono i camerieri, operando per l’alterazione della storia, cosa necessaria affinché gli italiani si convincano che il male assoluto sia stato tale. Che quanto scrivo corrisponda a verità è dimostrato dal fatto che da decenni su ogni organo di informazione si tratta del Ventennio e mai, e mi rivolgo, per la conferma, a voi amici lettori, che dall’altra parte della scrivania o del pubblico avete mai visto qualcuno che si alzi e osservi: <Ma che caz2o dite? La verità è esattamente opposta!>. Un esempio, ma ripeto, solo uno fra i centomila casi e più, e non davvero il più eclatante, e chiedo: <Qualcuno di voi che mi legge ha visto la recente fiction su Trilussa?>. Ebbene, falsificando date, località e fatti i reucci della menzogna hanno trasformato il poeta romanesco in un antifascista. Ma quando mai! Detti soggettini quotidianamente scaricano su quel Morto ogni malignità possibile; se le inventano tutte fregandosene di cadere anche nel ridicolo. Qualche esempio? Nessuno lesse su Focus di qualche tempo fa che “Mussolini aveva il pene freddo e pertanto era costretto a ripararlo in un sacchetto di pelo di coniglio cucito nelle mutande, oppure: Mussolini era un omosessuale perché inneggiava alla maschia gioventù. Di contro avete mai visto Mussolini inaugurare (senza che mai nessuno rubasse un centesimo dalle tasche dei cittadini) una delle decine di città che sorsero miracolosamente in quel periodo? E visto che stiamo vivendo una lunga fase di crisi congiunturale, chiedo: avete mai visto che qualcuno di detti camerieri di regime abbia mai illustrato in che modo fu superata in Italia la ben più grave crisi causata dagli attuali liberatori, nel 1929?
   Visto che siamo in fase di grave crisi, perché i due giornalisti sopra citati, non ricordano come l’Italia sotto il male assoluto affrontò quel cancro? Oggi, in regime democratico quante persone si sono, per disperazione suicidate? Recenti fonti ufficiali parlano di più di 150 suicidi. Perché non fare un confronto con quei cittadini, poveri infelici, che vissero sotto il crudele tiranno? Ebbene,  allora quanti suicidi si verificarono? Ecco, e quanto segue è dedicato ai signori Minoli e Augias.

QUANTI DI VOI LETTORI CONOSCONO QUANTO SCRIVO?

     A causa della crisi internazionale del 1929 nei Paesi ad economia liberale i suicidi si contavano a decine, mentre l’Italia stava superando la congiuntura senza eccessivi drammi. Franklin Delano Roosevelt era stato eletto Presidente degli Stati Uniti a marzo del 1933, periodo nel quale un americano su quattro era disoccupato ed esattamente nel momento in cui in Italia veniva concepito l’IRI (l’IMI fu costituita nel 1931) sotto la guida di Alberto Beneduce . Con la nascita dell’IRI furono gettate le premesse dello Stato imprenditore e con questo furono definite le linee di demarcazione tra l’area pubblica e quella privata. Tutto questo mentre l’Italia era impegnata nei grandi lavori, e potevamo lamentare solo 403 mila disoccupati, dei quali almeno la metà a carattere stagionale: cifra trascurabile se consideriamo che, ad esempio, la Gran Bretagna ne lamentava un milione e mezzo, la Germania era giunta ai sei milioni e mezzo.
   L’Italia più che uno Stato del vecchio continente era una meschina provincia in una grande Europa che  però dettava leggi al Mondo. Ne è prova, tornando a Roosevelt, ricordare che questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, in altre parole proponendo un’alternativa al liberismo capitalista, ad ispirazione dei principi fascisti. Una volta eletto, Roosevelt (e questo nel dopoguerra fu accuratamente celato) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i più preparati uomini del Brain Trust, per studiare il miracolo italiano. In merito lo studioso Lucio Villari osserva: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>.
   Roosevelt inviò Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda l’episodio, tratto dal diario inedito di Tugwell in data 22 ottobre 1934 (anche l’Economia Italiana tra le due Guerre ne riporta alcune parti, pag. 123): <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’ammnistrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no>.
   Mussolini, a sua volta inviò a Washington il Ministro delle Finanze Jung, il quale, incontrato il Presidente americano, gli fece dono di due Codici di Virgilio e di Orazio e consegnò a Roosevelt una lettera del Duce. Il documento relativo a questo contatto Mussolini-Roosevelt, ci fa sapere Villari, è custodito in copia nell’Archivio Jung, il cui originale, come il diario inedito di Tugwell, si trova nella Roosevelt Library.
    Tra i liberals d’America le opinioni erano divise: una rivista come The Nation, fortemente conservatrice, era duramente antifascista. Gli economisti pianificatori del New Deal  vedevano nel corporativismo il coordinamento economico statale necessario davanti alla bancarotta del lassez-faire liberista. Così nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal  venne firmato nel 1934-1936. Quindi fu Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia. Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family  with Dependent Children (Aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Subito dopo la Corte Costituzionale degli Usa decretò l’incostituzionalità di alcune leggi. Da questo momento Italia e Usa presero, non solo economicamente, strade diverse.
    Che l’Italia fosse sulla via giusta è attestato proprio da colui che è considerato uno dei maggiori scrittori del secolo: Giuseppe Prezzolini. Giuseppe Prezzolini nacque per caso (così era solito dire) a Perugia il 27 gennaio 1882 (morì, centenario, a Lugano nel 1982). Iniziò la sua attività di giornalista ed editore appena ventunenne. Dopo aver partecipato alla Prima Guerra mondiale si trasferì, non accettando il regime fascista, negli Stati Uniti nel 1929; ma, come poi scriverà, non mancherà di tornare frequentemente in Italia. Dopo uno di questi viaggi compiuto nei primi anni Trenta, scrisse: <Le mie impressioni possono forse parere semplici per i lettori italiani, ma hanno però lo sfondo dei paesi per i quali passo quando torno:  un confronto e un controllo. Pace in questa Italia: ecco il primo sentimento certo che si prova venendo da fuori e dura per tutto il soggiorno. La pace degli animi, il silenzio delle lotte che divorano gli altri paesi, e separano classi e spezzano famiglie e rompono amicizie, e disturbano il benessere, talora in apparenza maggiore. Le strade non saranno grandi come le Avenue, ma non ci sono mitragliatrici; le lire non saranno molte come i dollari, ma sono sempre lire e lo saranno domani. I ricchi non hanno bisogno di guardie del corpo per salvare i figlioli dal sequestro. I poveri non devono pagare la taglia mensile alla mala vita per esercitare il loro mestiere. C’è oggi una generale convinzione che in un mondo come quello d’ora l’esercito è uno strumento di prima necessità. Vi sono momenti in cui anche la famiglia più modesta e l’uomo più pacifico pensano che sia meglio saltare un pasto per comprarsi un revolver (…). Il popolo italiano appare rinnovato. Sta lontano dalle osterie e dalle risse; sale sui monti in folla. Gode, come nessun altro popolo, del paesaggio, dei fiori, dei colori e dell’aria. I discorsi e i commenti che vi senti, lasciano trasparire l’atmosfera di serenità e di salute. Il popolo italiano ha un aspetto più forte, più dignitoso, più serio, più curato, meglio vestito di un tempo, è ossequiente alle leggi e ai regolamenti, è istruito nella generalità e più aperto perfino agli orizzonti internazionali. Si muove di più, viaggia di più: conosce meglio di una volta il suo paese. Non è ricco come altri popoli, ma non lo è mai stato e in confronto del popolo americano mi pare senza dubbio più contento>. Esattamente come oggi, è vero signori Minoli e Augias?
     Il grande banchiere americano John Pierpont Morgan sembra condividere l’opinione di Prezzolini: <In America i nostri uomini politici non si curano se non di un problema, quello della loro rielezione. Tutto il resto non li interessa che mediocremente. Felici voi, italiani, che grazie a Mussolini, avete in questo periodo così difficile il senso della sicurezza e della fiducia in voi stessi. Ci vorrebbe anche per l’America un Mussolini>. Parole che scritte in questi anni nei quali vige la vulgata resistenziale suonano come artefatte.
    A questo punto è opportuno ricordare quanto ebbe a dire Bernard Shaw nel 1937: <Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo>. Non si dovranno attendere molti anni prima che la profezia del celebre scrittore si avveri. Non a caso di fronte alla confermata crisi del liberismo e delle utopie del marxismo, un autorevole personaggio democratico inglese Michael Shanks, economista di ampia esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro What is  the wrong with the modern World? che <non c’è alternativa: o lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato>.
    E allora chiedo a voi lettori, per superare la crisi che oggi ci attanaglia, perché non fare riferimento ai vincenti provvedimenti messi in atto nella prima metà dell’altro secolo? D’altra parte le regole – e parlo di regole – dell’economia non cambiano, quanto fu fatto allora non potrebbero essere valido ancora oggi?
   Già, è vero, erano provvedimenti di chiara marca fascista…Non aggiungo altro, se non tornare a proporre di non pagare il canone Rai; se qualcosa non cambierà!
E allora: Cristo si fermò a Piazzale Loreto? Se non si fermò, perché?!         
  

La strategia della tensione in Italia


La nazione è stata privata, dal 1945, di ogni straccio di sovranità. 
Gli stessi servizi di intelligence (militare e civile) sono subordinati nelle 
loro operazioni al placet atlantico

di: Maurizio Barozzi

Con queste osservazioni riassuntive non vogliamo entrare nello specifico di ogni episodio o situazione stragista, spesso avanzata da Vincenzo Vinciguerra, ma constatando come la sua analisi fa comunque emergere una “discrasia” tra un primo periodo stragista che culmina con le bombe, colorate di “anarchia” di Piazza Fontana e il Golpe Borghese (1970) e quello successivo che, a partire dal 1971 vede gradualmente la destra finire sul banco degli accusati e successivamente si inaugurarono gli attentati che vengono fatti passare per “bombe nere”, vogliamo qui fornire alcune considerazioni che cercano di spiegare, da un punto di vista generale, quanto è, a suo tempo, accaduto nella nostra disgraziata Italia.
Diciamo da un punto di vista generale perchè nella storia il succedersi di certi avvenimenti segue sempre dinamiche, eccezioni imprevedibili e cause e concause che li determino e non è quindi sempre possibile risalire alle esatte motivazioni da cui sono scaturiti i singoli episodi, ma in ogni caso a noi interessa il filo logico, la trama strategica che “qualcuno” ha pur messo in atto per conseguire certi risultati.
Dunque, partiamo innanzi tutto da un dato di fatto incontrovertibile: l’Italia dal 1945 e fino a tutt’oggi, è rimasta priva di ogni sua sovranità e indipendenza ed è diventata un paese colonizzato dagli Stati Uniti d’America che l’avevano militarmente occupato e riuscirono poi in pochissimo tempo, anche in virtù di un accordo con il Vaticano, a sottrarlo alla atavica influenza britannica.
Subito dopo l’Italia è stata inserita nell’Alleanza Atlantica e quindi le nostre strutture militari, compresi i Servizi segreti, ricostruiti sotto l’egida statunitense ed utilizzando in massima parte uomini recuperati dal passato regime, sono stati subordinati agli alti comandi Nato.
Per avere un idea di massima della nostra subordinazione complessiva al sistema Atlantico basta leggere quanto scrisse il 20 giugno 1974 su Il Mondo Riccardo Lombardi: <<In base agli accordi Nato, il Sid è tenuto a passare notizie e ricevere istruzioni da una centrale apposita della Cia che dipende direttamente dalla presidenza della Repubblica (...) Analoghi collegamenti vengono mantenuti con organismi dei paesi comunitari, particolarmente per tramite delle Divisione affari riservati>>.
Un situazione decisamente peggiore della stessa Francia, pur nominalmente non uscita sconfitta dalla guerra, ma per la quale De Gaulle nel 1966, al momento di far uscire il suo paese dal comando integrato della Nato, ebbe a denunciare l’esistenza di protocolli segreti che ledevano la sovranità della nazione.
Bisogna ora tenere presente che la divisione del mondo, in due sfere di influenza Est - Ovest, stabilita a Jalta, scaturiva da un accordo strategico e globale tra le due grandi potenze, perchè quella divisione garantiva la colonizzazione di tutto il continente e soprattutto la spartizione di Stati, governi, partiti, circoli culturali e quant’altro in due schieramenti politicamente e culturalmente contrapposti, ma segretamente cooperanti tra loro, in modo che non si verificasse, con il tempo, alcun impulso di indipendenza nazionale.
Si era in presenza di una segreta “c0esistanza pacifica” Usa – Urss quale modus operandi di Sovietici e Americani, i quali però sul piano tattico, come le inevitabili dinamiche storiche insegnano, si facevano anche una spietata guerra tra loro.
La guerra fredda, infatti, era un diversivo tattico ed una necessità del momento atta a controllare le naturali spinte geopolitiche che potevano far divergere gli Usa o i Sovietici o le nazioni, così assoggettate, dagli accordi e dall’ inquadramento deciso a Jalta.
Per quanto sottilmente cruento, questo scontro tra “Mondo libero” e “Oltrecortina”, non presentava però alcuna volontà di sottrarre una nazione all’area di subordinazione in cui era stata destinata da Jalta, ed infatti in tutti i 40 anni in cui ha perdurato Jalta, mai una sola Nazione è passata nel campo avverso.
Questo per precisare che il confronto “Est - Ovest” con tutti i suoi “comitati civici”, comunismo – anticomunismo, ecc., era solo un confronto tattico e quindi quanti da noi, simpatizzando per gli Usa, credevano di voler salvare l’Italia dai cavalli dei Cosacchi che si sarebbero venuti ad abbeverare nella piazza di S. Pietro, erano degli illusi o in malafede.
Lo scopo della contrapposizione al comunismo, alquanto sensibile in Italia e istigato e foraggiato dagli occidentali, in un paese che vantava il più forte partito comunista d’Europa, non era tanto quello di impedire che i comunisti, arrivati al potere, potessero travasare l’Italia dalla Nato al Patto di Varsavia, cosa che non avrebbero mai fatto, intanto perchè la scelta dei Pci di una via democratica al potere sancita a Salerno nel 1944 era di carattere strategico con tutte le conseguenze per la loro struttura di partito e di base, e poi anche perchè i Sovietici non avrebbero mai accettato questo “regalo” mettendo in crisi i loro rapporti essenziali con gli americani.
Nè i Sovietici, infatti, sostennero la guerriglia comunista in Grecia o si erano opposti al Golpe dei Colonnelli sempre in Grecia, area Atlantica, così come gli americani non mossero un dito per l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Gli accordi strategici di Jalta erano sacri e di reciproco interesse.
Da tutto questo si deduce, come è stato fatto notare da attenti storici, che le strategie Stay behind che in Europa, nell’area occidentale, avevano portato anche alla costituzione di cellule paramilitari segrete (per esempio Gladio), solo superficialmente o ad uso propagandistico interno erano finalizzate a difendere il paese da una eventuale, ed improbabile invasione Sovietica, perchè in realtà quelle “strutture segrete” erano in essere per tenere soggiogate agli statunitensi le nazioni assoggettate utilizzando tutte le loro strutture militari e anche apparati civili all’uopo strumentalizzati (in Italia è il caso di Ordine Nuovo, una organizzazione, che all’insaputa dei propri seguaci in buona fede e anche alla maggioranza dei suoi dirigenti, di fatto era un “diversivo strategico” del nostro Stato Maggiore, al fine di utilizzare propagandisticamente e, all’occorrenza, in senso paramilitare, personale civile).
Le cellule Gladio, in qualche modo, le troviamo attive durante il periodo di quella “guerra non ortodossa”, di basso profilo, ma alquanto cruenta, che tanto sangue ha finito per spargere nel nostro paese e la cui matrice è sicuramente “Atlantica”.
Dovremo così parlare di una lunga stagione stragista, perdurata per oltre 15 anni che, come vedremo, dobbiamo però suddividere in DUE FASI, tra loro apparentemente diverse, due fasi in cui gli stessi burattinai fecero deflagrare bombe, ma non con gli stessi scopi di fondo.

La “guerra
non ortodossa”
Cosicché noi sappiamo che i colonizzatori statunitensi, per garantirsi la loro egemonia nelle nazioni assoggettate, avevano in riserbo anche una specie di guerra di basso profilo, segreta, con il compito di assassinare quando il caso, personalità di rango, portatori di politiche o iniziative “autonomiste”, e in generale di destabilizzare, quando opportuno, il quadro politico e sociale e dell’ordine pubblico di queste nazioni, con il fine di controllarle adeguatamente.
Da sempre, infatti, quando il caso, si è proceduto ad operazioni criminali nel nostro paese: un esempio ne è Portella della Ginestra, 1947 in Sicilia, dove si giocavano le strategie future di dominio americano per il controllo del nostro paese in sostituzione di quello britannico, ed un altro esempio è l’omicidio di Enrico Mattei nel 1962, un uomo che con le sue iniziative destabilizzava il quadro internazionale e metteva in crisi gli interessi del cartello petrolifero delle “sette sorelle”. Aldo Moro, alcuni anni dopo (1978) sarà un altro esempio di queste “esecuzioni” mirate verso chiunque intendeva praticare scelte internazionali in senso autonomista o volesse precorre i tempi circa una utilizzazione politica di un PCI non ancora completamente “occidentalizzato”.
Ma se gli scopi della strategia della tensione, non erano tanto quelli o soprattutto quelli di boicottare il Pci, quale erano allora i suoi oscuri fini?
La risposta è semplice: la prassi più consueta della “guerra non ortodossa” era quella di destabilizzare l’ordine pubblico, attraverso il creare o agevolare situazioni politiche e sociali violente (piazze, Università e fabbriche sopratuttto)n e un crescendo di bombe. Questa strategia aveva come tattica quella delle “strategie Chaos”, un altra perla statunitense, già sperimentata sul suolo americano, e che consisteva nel truccare le violenze e gli attentati con delle false flag (questa strategia contemplava anche la diffusione delle droghe pesanti nella gioventù).
Lo scopo evidente era quello di “ingessare” i governi, le iniziative politiche governative, di qualunque colore potessero essere, se erano portatrici di impulsi autonomistici o divergenti dalla grande politica dettata a Washington.
Ora si da il caso che in Italia si renderà necessario il dispiegamento della “guerra non ortodossa” in prossimità della preventivata “guerra dei sei giorni” (giugno 1967), laddove la violenta espansione di Israele avrebbe provocato una grave crisi internazionale e soprattutto posto l’area mediterranea in pericolo.
I Sovietici infatti, sarebbero stati chiamati a recitare un loro ruolo, seppur non totalmente avverso all’Occidente, ma comunque sia, preposto militarmente a tenere in piedi gli Stati arabi aggrediti ed ovviamente inviarono mezzi e uomini in medioriente e navi nel mediterraneo. Oltretutto, ad eccezione della Romania, tutti i paesi dell’area comunista ruppero le relazioni con Israele, mentre la flotta sovietica entrò nel Mediterraneo.
Tutta l’Europa del Sud sarebbe entrata in subbuglio, in uno stato di delicatissima crisi militare, soprattutto nel mediterraneo, crisi che sarebbe perdurata per alcuni anni.
Il problema impellente per gli Usa era quindi quello di tenere, per tutto quel delicato periodo, fermamente stabili e fedeli alcuni paesi, specialmente la Grecia e l’Italia, paesi considerati a rischio, nel sistema Nato.
E questo soprattutto dopo che lo “strappo” di De Gaulle che aveva fatto uscire la Francia dal comando militare integrato dell’Alleanza Atlantica (1966) avrebbe potuto portare a sviluppi e novità devastanti per questa Alleanza.
In Grecia dove le imminenti elezioni della primavera del 1967 potevano portare ad una vittoria delle sinistre, accentuando le spinte anti atlantiche, fu necessario un Golpe, eseguito dai “colonnelli” dietro le direttive della Cia, in Italia invece, paese più evoluto, questo non era necessario, così come in Francia, paesi dove, in alternativa, si diede il via appunto alla “guerra non ortodossa” (emblematico è in questo senso il ruolo giocato da quel Yves Guillou, alias Yves Guerin Serac e la Aginter Press, manovrata dalla CIA).
Mentre in Francia, dove l’obiettivo da raggiungere era la caduta di De Gaulle, fu sufficiente il dispiegarsi di uno stato di agitazioni studentesche e sindacali, trasformate in scontri violenti da appositi “agitatori, viceversa in Italia, area geografica ancor più delicata, fu evidentemente ritenuto necessario attuare un crescendo di violenze e soprattutto di attentati bombaroli, tutti dietro false flag (“strategia della tensione”) atti a destabilizzae il quadro politico e sociale e impedire ai governi dell’epoca di centro sinistra, oltretutto in perenne crisi (anche queste crisi erano provocate a suon di dollari) di compiere qualche “scherzetto”, qualche iniziativa autonomista, tipo quella a suo tempo messa in atto da Mattei.
Non a caso l’Italia, nel 1969 /’70, nel tentativo di procacciarsi un minimo di indipendenza energetica, sotto banco, aveva appoggiato il golpe di Gheddafi in Libia, cosa questa che non era sfuggita ai britannici i quali ci giurarono di renderci la pariglia.
Insomma, attraverso violenze e bombe si destabilizzava il quadro politico e ci si garantiva l’immobilismo dei nostri governi, il “contenimento” di un Pci ancora non occidentalizzato (lo sarà progressivamente, a partire dal 1972 in avanti, grazie al clan dei Berlinguer, facoltosa famiglia sarda, legata anche per via di matrimoni endogamici ad altri clan del luogo e alle intelligence occidentali), in pratica si assicurava la stabilità della nostra collocazione atlantica in un momento di particolare e grave crisi internazionale.
Questo lo scopo principale di quella prima fase della “guerra non ortodossa” in quel periodo e vale la pena sottolineare come sia profondamente errata e assurda l’analisi delle sinistre marxiste che individuavano nella “strategia della tensione” l’intento del capitalismo di contenere e poi soggiogare le naturale spinte di emancipazioni e richieste di adeguamenti salariali che nella seconda parte degli anni ’60 furono molto forti e diffuse su tutto il territorio. In realtà in quel periodo il grande capitalismo nazionale cercava una sua via di espansione e si stava razionalizzando cercando anche la collaborazione dei sindacati, se non addirittura del Pci, mentre la piccola e media industria, culturalmente conservatrice e con minori possibilità di procedere in questa “emancipazione” faceva forti resistenze, ma tutto questo, che generò i famosi “scioperi selvaggi” e poi portò anche al varo della Legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, ebbe un ruolo marginale nelle vicende stragiste se non quello che, appunto, questo stato di agitazioni, tornava comodo a chi aveva interesse a incrudelire e perpetuare la “strategia della tensione.

Il “neofascismo”
destrista
Il mezzo più immediato e diretto con cui gli americani, attraverso le loro strutture stay behind e l’ausilio di immancabili consorterie massoniche, potevano mettere in atto certe strategie destabilizzanti, era quello di utilizzare anche certi ambienti “neofascisti” (uso qui, inappropriatamente e tra virgolette, questo termine, perchè sappiamo bene che il “neofascismo” post bellico era tutto meno che fascismo, o comunque bisognerebbe prima stabilire cosa si intende per fascismo e di certo quello mostrato dal “neofascismo” è affatto diverso dal fascismo repubblicano della RSI). Anche dalla desecretazione di vari documenti statunitensi, oggi sappiamo quello che comunque anche prima si capiva benissimo, ovvero che alcuni dei dirigenti di organizzazioni neofrasciste erano sotto il controllo dell’Oss fin dai tempi di J. J. Angleton, ovvero precedenti alla costituzione del Msi (dicembre 1946),
Per altri versi, anche i personaggi portanti delle strutture di intelligence e di polizia del nostro paese erano stati nel 1945, in buona parte prelevati dagli Alleati dai precedenti organismi del regime, essendo uomini che garantivano una certa affidabilità ed efficienza, cosa che non poteva di certo fornire la “polizia partigiana” notoriamente inesistente (chi conosce la Storia sa benissimo che tutta la cosiddetta Resistenza è più che altro una invenzione a posteriori o al massimo un “agitarsi di intenti”), mentre quel minimo di forza militare partigiana, nata a cose fatte, era per lo più composta da elementi comunisti inaffidabili, per gli americani.
Tra queste strutture istituzionali, nate nell’Italia post Badogliana, oltre ai dirigenti dei commissariati, questori, funzionari di polizia, ecc., per lo più con una certa mentalità reazionaria o comunque rivolta all’ordine borghese, oggi sappiamo che furono messi in piedi anche Servizi segretissimi, non costituzionalmente inquadrati, ma tuttavia neppure clandestini, come il famoso “noto servizio”, detto “Anello”, preposto ad operazioni anche di natura criminale, creato a Roma da Mario Roatta dietro le direttive di un alto ufficiale Alleato ebreo polacco a cui furono chiamati a partecipare anche alcuni ex ufficiali della RSI.
E’ ovvio che tutte queste strutture preposte alla sicurezza del paese, in buona parte in mano a dirigenti e personale con una certa mentalità e predisposizione “anticomunista”, tornavano utili per aiutare a “colorare di rosso” quella prima strategia stragista e poi per coprire e depistare quanto sarebbe accaduto in Italia.
In ogni caso, oggi sappiamo che, attraverso il servizio segreto militare (Sifar e poi Sid) e quello civile (AA.RR.) venivano controllati personaggi e organizzazioni della destra “neofascista”, ambienti vari ed eterogenei che già erano stati idealmente “chiamati a raccolta” nel famoso convegno del maggio 1965 presso l’Ist. Pollio all’Hotel Parco dei Principi, sponsorizzato dallo Stato Maggiore.
Nel Triveneto poi, sappiamo anche che, dietro la base Fatse di Verona, questo controllo veniva esercitato direttamente anche dalla Cia. Le recenti gravi confessioni del Generale Maletti, già numero due del Sid, ci dicono che l’esplosivo utilizzato anche per Piazza Fontana, arrivò in Italia da basi Nato in Germania e venne consegnato a elementi non precisati di Ordine Nuovo.
Al sud invece, Calabria e Sicilia, note sono svariate collusioni che si ebbero tra organizzazioni di destra, Mafie e massonerie locali. E Mafia e lobby massoniche, ben sappiamo sono dei “poteri” nello Stato, ma non sono estranei all’atlantismo.
Del Msi inutile parlare visto che era un partito con una funzione totalmente antinazionale, ovvero al servizio dei nostri colonizzatori per i quali difendeva a spada tratta l’Alleanza Atlantica e interveniva, sempre e comunque, contro ogni iniziativa autonomista sia in campo internazionale che nei delicati settori energetici, come attestavano l’ottusa difesa missista della alleanza con gli Stati Uniti e il boicottaggio di ogni iniziativa perso i paesi arabi o del terzo mondo, e l’avversione verso l’esperienza di Mattei, il caso Ippolito nel settore nucleare, ecc. Considerando che, di fatto, il nostro Stato Maggiore era subordinato al sistema atlantico, ne consegue che “chi di dovere” aveva il modo per influenzare e controllare la situazione come voleva. Altro che “servizi deviati” come si è poi, per comodità, voluto far credere. Certo, gli agenti dei Servizi forse non deposero le bombe, del resto non ne avevano bisogno, ma non è credibile che si limitarono a depistare e coprire certe responsabilità in virtù di chissà quale loro “deviazione” o infedeltà, ma di sicuro “influenzarono”, suggerirono e guidarono certi personaggi, certi “attivisti” da loro controllati.
I dirigenti di questi Servizi, erano dei militari passati dietro fasi di addestramento negli Stati Uniti, mentre per il servizio segreto civile degli AA.RR. sappiamo che uno dei suoi massimi dirigenti Umberto Federico D’Amato, già uomo di Angleton dal tempo bellico, fu anche sovrintendente alla Segreteria Speciale Patto Atlantico e opererò in ambito Nato anche dopo la soppressione dell’Ufficio AA.RR. nel giugno 1974. Non per niente nella sede di Bruxelles della Nato un salone venne intitolato a D’Amato, il funzionario, noto come lo “Edgar Hoover italiano”.
In ogni caso, se pur è credibile che gli uomini dei Servizi rispondevano a certi clan politici rivali e quindi erano soggetti ad ambizioni e rivalità personali tra loro, possiamo ritenere che, in linea di massima, agivano dietro un certo intento di servire gli interessi dello Stato, ma resta il fatto che questo Stato e in particolare le sue strutture militari erano subordinate ai Comandi Nato e quindi, di conseguenza, non poteva non scaturirne un sottile condizionamento.
Purtroppo però nessuno, sinistre comprese, ha voluto far luce su questo importante aspetto.
Fu così che in Italia, a partire grosso modo dal 1967 prese il via una prima fase stragista, che possiamo definire, sia pure incorrettamente “autoritaria”.

A che titolo, come e in che modo e con quale gravità le organizzazioni “neofasciste” di destra, parteciparono alla strategia della tensione non lo sappiamo, anche perchè, a causa di interessati giochi politici, la magistratura in tutti questi anni ha portato avanti indagini e impiantato processi infiniti e contraddittori, palesando una prassi non proprio adeguata a far luce piena sui tanti misteri, ma più che altro funzionale a sbattere momentaneamente dei “mostri in prima pagina”, elaborando teoremi che non hanno portato a nulla e ancora oggi di tante stragi non conosciamo i nomi dei mandanti o quelli degli esecutori.
Non si creda poi che le organizzazioni antagoniste di sinistra, in particolare quelle anarchiche furono del tutto “innocenti” perchè come sappiamo il controllo delle Intelligence occidentali arrivava anche nel loro ambito, a cominciare da quella struttura detta “Superclan” a quanto pare responsabile anche della morte di un paio di “compagni” durante la deposizione di una bomba contro edifici americani in Grecia. Anche sulla morte di Feltrinelli e del commissario Calabresi non crediamo che sia stata fatta piena luce, ma le tesi strombazzate di un Feltrinelli novello guerrigliero e Calabresi ucciso per “vendicare” Pinelli, ci sembrano delle vere e proprie fole. Del resto è a tutti noto come una organizzazione “movimentista” quale Lotta Continua, l’ideale per chi aveva intenti di applicare le strategie “Chaos”, aveva nel suo seno interferenze della Cia.
Se tutto questo è vero resta però il fatto che tutte queste indagini, sia giornalistiche che giudiziarie, nonostante fossero spesso palesemente monche, funzionali ad “oscuri” fini, tuttavia aggiunte ai tanti processi, alle testimonianze di pentiti e dissociati e alla valutazioni di vari episodi criminali, ne viene fuori, senza ombra di dubbio alcuno, che nell’ambito della destra “neofascista” vi erano innumerevoli collusioni, che vanno dai semplici informatori e spie occasionali del Commissario di quartiere, del maresciallo dei CC, o dei Servizi, fino alle collusi totali con i Servizi stessi, tanto da arrivare ad elementi che nella loro doppia veste di “camerati” e “stipendiati dai Servizi” avevano un loro acronimo di riconoscimento.
Fatto sta che, all’incirca a partire dal 1967 e fino al 1970, in Italia si dispiegò una prima fase, che possiamo denominare “autoritaria”, di una strategia della tensione a cui gli ambienti di destra non furono estranei. Praticamente questi ambienti furono indotti a collaborare a questa strategia dietro le su accennate collusioni, ma politicamente in genere anche dietro una specie di promessa che, in seguito alla destabilizzazione dell’ordine pubblico, il disagio dei disordini sociali, la paura delle “bombe sovversive”, sarebbe stato proclamato uno “stato di emergenza” se non addirittura un Golpe ed in entrambi i casi il Pci sarebbe finito al bando.
Una ghiotta prospettiva per questi ascari di destra, personaggi falliti che mai avevano contato nulla nel panorama politico nazionale.
Ma una prospettiva oltretutto inesistente, fatta di false promesse, perchè già era difficile e problematico attuare uno “stato di emergenza” in Italia, figuriamoci un Golpe, tutte soluzioni che avrebbero creato agli atlantici più disagi e problemi di quanti se ne volevano risolvere. Ai burattinai stragisti, bastava e avanzava destabilizzare l’ordine pubblico e il quadro sociale, per stabilizzare il paese per tutto il tempo della grave crisi internazionale e tenerlo fermamente ancorato nella sua collocazione occidentale atlantica. Per il futuro, le centrali mondialiste, avevano ben altri progetti per l’Italia!
E’ cosi andata a finire che, a partire dal 1971, in pratica attenuatosi il momento di crisi internazionale nel mediterraneo, queste “truppe cammellate” del “neofascismo”, nella migliore tradizione Usa & getta, furono letteralmente abbandonate a sè stesse, a volte finendo per trasformarsi in schegge impazzite.
Si sono quindi messi in atto, come vedremo con un altra e ben precisa strategia, i primi procedimenti giudiziari, i primi mandati di arresto contro personaggi di destra, mentre tutto il castello delle false flag, che avevano tinto di “rosso” e di anarchico le bombe, in particolare quelle di Piazza Fontana, è venuto a cadere.
Ma c’è di più: quando la situazione militare nel mediterraneo e in medio oriente si è andata risolvendo, nel senso che quando dopo la morte di Nasser e la conclusione di quella “strana” guerra del Kippur (1973), lo stato israeliano non correva più gravi rischi militari e al contempo in America, a seguito del Watergate (1974) determinate lobby impossessarono totalmente del potere, cambiando tutti i dirigenti delle Intelligence, si inaugurò una nuova politica internazionale (in Europa era anche morto De Gaulle) ei riflessi di tutto questo ribaltone arrivarono anche in Italia, oltre che in Grecia (fine dei Colonnelli) e in Portogallo (rivoluzione momentanea dei “garofani rossi”). Da questo momento in poi, quindi, in Italia si riprese, con più vigore, un vecchio progetto “mondialista”, momentaneamente interrotto dalla crisi dell’area mediterranea: quello di accelerare la trasformazione della nostra società in senso progressista e modernista, liquidando ogni traccia della vecchia cultura borghese e cattolica, del resto da tempo in evidente crisi (è quella strategia che il giudice Imposimato ha definito di passaggio dalla destra alla sinistra).
Era quindi il momento del dispiegarsi delle ideologie neoradicali, della forzatura della occidentalizzazione del Pci, della liquidazione e avvicendamento di tutto il personale reazionario e borghese presente nelle nostre istituzioni.
Un processo che politicamente e istituzionalmente si è concluso con la Seconda Repubblica nel 1992.
A questo fine, ritornò opportuna la liquidazione del destrismo, degli ascari che avevano collaborato alla precedente fase della strategia della tensione e presero il via in ogni campo e a livello internazionale, compresa la filmografia, svariate iniziative tese a criminalizzare e gettare nel ridicolo gli ambienti “neofascisti” (emblematici, tra i tanti titoli, il famoso “Zeta, l’orgia del potere” di Costa Gravas del 1969 e “Vogliamo i colonnelli” di Monicelli del 1973).
Più o meno dalle bombe di Brescia (1974) si inaugurò una seconda fase stragista: a quella “autoritaria” infatti, succedeva quella “progressista”, altro termine improprio, ma nel senso che da questo momento in poi le bombe non dovevano essere più “rosse” o anarchiche, ma “nere”, di “terrorismo fascista”. Una fase che ebbe il suo culmine dopo la strage dell’Italicus, agosto 1974, quando trecento mila persone manifestarono in strada, persino nelle località balneari dell’Emilia Romagna, contro il“terrorismo fascista”.
Non ci vuole molto a capire che a partire da Brescia quegli attentati avevano lo scopo di criminalizzare le destre per contribuire a spronare quella “modernizzazione progressista” del paese.
A prescindere, infatti, da chi l’abbia posta materialmente in atto, chi ideò di porre una bomba a Brescia il 24 maggio 1974 ad un comizio sindacale antifascista, era ben conscio che morti e feriti sarebbero stati addebitati alla destra “neofascista”, visto che oramai da tempo erano in corso tutta una serie di inchieste, procedimenti giudiziari, arresti e così via nell’ambito dell’estremismo di destra da più parti ritenuto responsabile per Piazza Fontana, e soprattutto dopo che pochi giorni prima un ragazzo della destra “neofascista” Silvio Ferrari era saltato per aria a causa dell’esplosivo che trasportava. E così fu perchè da quell’attentato così palesemente tinto di “nero” se ne avvantaggiarono subito le sinistre e oltretutto in, quattro e quattr’otto vennero anche chiusi dai sindacati contratti di lavoro che andavano avanti da tempo.
Tutto questo è indubbio, è scritto nelle cronache di quei tempi. Di certo non vogliamo dire che, per esempio, il PCI era responsabile di quelle bombe, visto che, in definitiva, se ne avvantaggiava, ma che coloro che avevano disegnato quella strategia avevano proprio lo scopo di spostare a sinistra l’asse politica e sociale del paese. Fu anche per questo che il PCI tacque e non denunciò come avrebbe dovuto certi ambienti dentro e fuori lo Stato che potevano essere incriminti per corresponsabilità in quelle vicende, ma si limità a sbraitare contro qualche Servizio deviato e contro il terrorismo nero.
Le collusioni e i depistaggi, in tanti episodi del genere, operati dai nostri Servizi, Servizi lungi dall’essere “deviati”, ma invece perfettamente controllati dal sistema Atlantico a cui erano subordinati, dimostrano altresì che i burattinai di oltre oceano che tenevano le fila dello stragismo erano sempre gli stessi, ma ora con una difforme strategia e altri fini.
Anche per questa seconda fase stragista, quella “progressista”, non possiamo sapere che ruolo esattamente ebbero gli ambienti del destrismo “neofascista” che ora appaiono per lo più come schegge impazzite abbandonate da chi di dovere.
Viene però inequivocabile una considerazione:
se durante la precedente fase della “strategia della tensione”, quella “autoritaria”, ogni loro eventuale collaborazione, dietro promesse di uno “stato di emergenza”, di fatto era servita unicamente agli interessi atlantici, quindi era stata data “a gratis” perchè nessuno li avrebbe ripagati consentendogli di giocare un vero ruolo politico in Italia, ora invece in questa altra fase stragista “progressista”, ogni loro eventuale partecipazione alla strategia della tensione, portava acqua proprio a quegli ambienti di sinistra che il destrismo tanto osteggiava.
E’ infatti innegabile che proprio il Pci nel periodo 1974 /’76, fu il massimo beneficiario della seconda fase della strategia della tensione, partito che chiuse un occhio nel denunciare i veri fini di quelle stragi, di cui in buona parte sapeva chi e cosa c’era dietro, e in cambio ne beneficiò anche in termini elettorali.
Tranne il fatto che, non erano ancora maturi i tempi per una entrata del Pci nell’area di governo e quindi non solo dovette aspettare fino agli anni ’80, ma si crearono anche tutta una serie di contraddizioni e ripercussioni, compreso il progetto massonico pidduista per il controllo transitorio dello Stato e il fenomeno brigatista (grosso modo 1975 / 1982), che complicarono, perpetuandone il terrorismo, lo scenario degli avvenimenti.
Questo è il quadro generale del lungo periodo stragista, senza la pretesa di voler per forza “etichettare” o decodificare ogni singolo evento criminale, perchè sarebbe impossibile far risalire ogni episodio di terrorismo, ogni bomba, ad un intento preciso, ma il filo di sangue che lega i due periodi stragisti è quello che abbiamo delineato.
Comunque sia, almeno questo quadro di insieme dell0 stragismo, possiamo dire di conoscerlo con sufficienza.


http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=20314

venerdì 5 aprile 2013

25 APRILE, FU VERA GLORIA?



di Gianfredo Ruggiero

 Ogni anno, con l’approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione. E’ un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia. Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente.

Tutto bene tranne che…
 Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma cosa sappiamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco.
E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla.
Conosciamo tutti la triste vicenda dei 7 fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, tra cui una donna, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera?
Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e militi della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo essersi arresi e aver deposto le armi.
 Immagine1Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena.  Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro(1).
Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant’anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo, che “in effetti qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono….però” e qui incomincia la solita tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal nobile fine, esattamente come le Foibe, anch’esse nascoste per sessant’anni e poi presentate come reazione alla presunta oppressione fascista.
 Se devesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato. Dipenderebbe solo dalla potenza di comunicazione e dalla forza di persuasione di chi detiene il potere.
Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale – quella scritta dei vincitori – e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Il risultato è stato che man mano colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di sciogliermi.
Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali ”patrioti e combattenti per la libertà”.
 Il movimento partigiano pur essendo variegato(2) e spesso al suo interno profondamente diviso(3) era militarmente e, soprattutto, politicamente egemonizzato dal Partito Comunista Italiano (Pci), all’epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordine (e denari) tramite Togliatti, stretto collaboratore di Stalin, che infatti viveva in Russia.
Obiettivo dichiarato di questi partigiani era quello di fare dell’Italia, una volta sconfitto il fascismo, uno stato comunista satellite dell’Unione Sovietica e di instaurare la dittatura del proletariato.
Non si capisce quindi su quale base logica e storica i partigiani si possano definire tout court patrioti e combattenti per la libertà. Se l’Italia è oggi una Repubblica “democratica” (sul concetto di democrazia, altro grande equivoco, torneremo) non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel ’45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana.
Il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu, infatti, del tutto marginale se lo rapportiamo all’enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati. Le fila partigiane s’ingrossavano man mano che l’esercito tedesco si ritirava sotto l’incalzare degli angloamericani. Gli stessi americani avevano una scarsa considerazione dei partigiani e li tolleravano solo perché facevano per loro il lavoro sporco come assassinare i gerarchi fascisti e fare attentati dinamitardi per suscitare la rappresaglia tedesca che fu quasi sempre spietata e spropositata(4).  
Il 25 aprile del ‘45 Mussolini era a Milano e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu “liberato” dai partigiani che si abbandonarono ad una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari. Come testimoniano le lapidi al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano che raccoglie le spoglie dei fascisti (di quelle che si riuscì a recuperare, oltre un migliaio) molti dei quali barbaramente assassinati o fucilati ben oltre il 25 aprile e dopo che ebbero deposto le armi (il canale Villoresi era rosso del sangue delle vittime, mi disse un vecchio fascista scampato alla mattanza).
Lo stesso discorso riguarda la Russia di Stalin la quale contribuì in maniera determinante alla sconfitta della Germania nazista, pagando per questo un pesante tributo di sangue, ma al solo scopo di estendere il suo dominio su tutto l’est europeo e non certo per portare in quelle sciagurate terre democrazia e libertà.
Non dimentichiamoci poi che l’Unione Sovietica fu alleata della Germania nazista fino al 1941(5) con la quale si spartì la Polonia due anni prima. Particolare importante che la storiografia ufficiale nasconde -  perché farebbe smontare in un sol colpo la tesi di comodo della “lotta della democrazia contro la tirannide” – riguarda la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia: fu dichiarata alla Germania, ma non alla Russia pur avendo anch’essa attaccato la Polonia alcuni giorni dopo da est. Perché? Evidentemente la Polonia fu solo un pretesto per muovere guerra alla Germania, mentre Stalin, che dopo la Polonia si apprestava ad invadere la Finlandia e ad annettersi le deboli Repubbliche Baltiche con l’assenso occidentale, era considerato già da allora un prezioso alleato, ben sapendo che questi era uno spietato dittatore, che con le sue “purghe” aveva massacrato, deportato nella gelida Siberia e ridotto alla fame milioni di russi, molti dei quali ebrei, definiti “nemici della rivoluzione” (ma questo evidentemente alle democrazie occidentali, America in testa, poco importava).
 Il secondo dubbio riguarda la definizione di “guerra di liberazione”, quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi 18 mesi la guerra non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli. La guerra è una realtà tragica e quella civile lo è ancor di più, in queste circostanze gli uomini tendono a perdere la loro dimensione umana per accostarsi a quella bestiale, per cui o stendiamo un pietoso velo e consideriamo tutti i morti uguali e rispettiamo gli ideali che animarono le loro azioni giusti o sbagliati che possano apparire, oppure la storia la raccontiamo tutta e per intero, senza reticenze e convenienze politiche.
Altro grande equivoco riguarda la presunta invasione nazista dell’Italia: tedeschi non invasero l’Italia, c’erano già. Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, il governo Badoglio chiese aiuto all’alleato tedesco per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia(6).
I soldati italiani e tedeschi si ritrovarono, quindi, a combattere spalla a spalla contro l’invasore americano fino all’8 settembre ’43, quando il Re e Badoglio, con estrema disinvoltura e lasciando allo sbando il nostro esercito, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenando l’ira di Hitler.
Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi (7) e confermati dai libri matricola, in seicentomila (quanti fossero i partigiani è invece ancora oggi un mistero), frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.
Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito Esercito Fascista Repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali(8), ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.
Questi giovani, uomini e donne, potevano al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la tempesta passasse, oppure andare con i partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero. Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere,  consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni.
Furono migliaia e migliaia in tutta Italia i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena (solo per citarne alcuni).
safUn capitolo a parte lo meritano le ausiliarie, Il primo reparto al mondo di donne combattenti, addestrate senza nessuna differenza con i loro commilitoni maschi. Il loro tributo di sangue fu altissimo, catturate dai partigiani venivano spesso stuprate e uccise. A guerra finita molte di loro, rapate a zero, furono costrette a passare su carri bestiame tra ali di folla inferocita, sottoposte a insulti e angherie di ogni genere.
Il terzo dubbio riguarda la modalità di lotta dei partigiani. Mentre i fascisti come abbiamo visto combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo anch’essi vestire una divisa – essendo armati e finanziati dagli americani(9) - e pur potendo combattere nell’esercito  italiano di Badoglio secondo le regole di guerra, preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti.
Il fine era infatti quello di scatenare la rappresaglia tedesca e creare i presupposti per quella guerra civile, poi eufemisticamente definita di “liberazione”, le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.
Non si capisce infine l’ostinazione dei partigiani con la quale insistono nel definirsi militari nonostante una sentenza del Tribunale Supremo Militare abbia negato loro tale status, attribuendolo invece ai combattenti fascisti della Repubblica Sociale Italiana.
La sentenza del 26 aprile 1954 del Tribunale Supremo Militare Italiano afferma senza mezzi termini che:
«i combattenti delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana avevano la qualità di belligeranti perché erano comandati da persone responsabili e conosciute, indossavano uniformi e segni distintivi riconoscibili a distanza e portavano apertamente le armi.  Gli appartenenti alle formazioni partigiane, viceversa, non avevano la qualità di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili e non portavano apertamente le armi, né erano assoggettati alla legge penale militare»   
Sono questi i dubbi su cui mi piacerebbe si sviluppasse un sereno dibattito, scevro da pregiudizi ideologici e senza reticenze, finalizzato a capire la storia e non solo a celebrarla, come purtroppo avviene da oltre sessant’anni.
Gianfredo Ruggiero

 NOTE

(1) Anche se dando un sguardo al mondo e vedendo le violenza e le guerre che lo attraversano mi pare che gli insegnamenti del passato non siano tenuti in grande considerazione.
(2) Vi erano i partigiani bianchi di estrazione cattolica e legati alla nascente Democrazia Cristiana, i partigiani di Edgardo Sogno di tendenza liberali e di sentimenti monarchici, gli azionisti ed infine i partigiani comunisti, la maggioranza, legati a Mosca.
(3) Vedi la strage dei 17 partigiani cattolici della brigata Osoppo avvenuta a Porzus fra il 7 e il 18 febbraio 1945 ad opera di partigiani comunisti.
(4) Come accadde con le Fosse Ardeatine conseguenza della bomba partigiana di Via Rasella che fece strage di riservisti tedeschi e scempio di una donna italiana con suo bambino.
(5) patto Rippentrop-Molotov.
(6) iI governo Badoglio, per bocca del Generale Ambrosio capo di stato maggiore generale, chiese ai tedeschi, il 6 agosto del 1943 a Tarvisio, 16 divisioni per rafforzare il fronte del sud.
(7) “Soldati a Salò” ed. Rizzoli, Milano 1995.
(8) Casi tipici furono la famigerata Villa Triste di Milano, gestita da quel malvivente di Koh, e i criminali della banda di Mario Carità a Firenze, tutti delinquenti che si ritenevano fascisti perché indossavano la camicia nera.
(9) Ferruccio Parri, esponente partigiano e Presidente del Consiglio dei Ministri subito dopo la fine della guerra, afferma testualmente: «senza i soldi versati dagli angloamericani, il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) avrebbe dovuto pressappoco chiudere bottega ».